Entro in un piccolo negozio di alimentari attratto da un cartello che segna la rivendita di formaggi artigianali di montagna. È quasi l’ora di chiusura. Il casolin con il suo rassicurante camice bianco vecchio stampo, è intento all’affettatrice. Due clienti in attesa conversano tra loro. Uno, di mezza età, è vestito da lavoro, l’altro, un po’ più anziano, appartiene a quella categoria di persone che senza mai probabilmente aver fatto nulla, danno l’impressione di sapere tutto.
Entrambi lodano il casolin che resiste, nonostante sia accerchiato dai supermercati. In cuor mio do loro ragione, assaporando già la sopressa nostrana e il formaggio di malga. Subito dopo, la conversazione prende però una piega sociopolitica inaspettata: “Oggi il mondo non è più quello di una volta – sentenzia l’operaio – e la colpa è tutta dei sindacati!”. “Dei sindacati e dei negri, che ci hanno portato anche un sacco di malattie”, aggiunge l’altro avventore, concludendo l’affermazione con una sonora bestemmia.
Mi è passata la fame. Il casolin, testa bassa, continua ad affettare. Difficile dire se condivida tali riflessioni o se le sopporti perché comunque “il cliente ha sempre ragione”. Personalmente non trovo la forza di controbattere, saluto con un enfatico “arrivederci”, roteando una mano in aria, ed esco di fretta dal negozio senza comprare nulla. Avranno capito il mio dissenso? Volevo due etti di formaggio e apprendo che tutti i problemi del mondo sono causati “dai sindacati e dai negri”. Probabilmente si tratta solo di persone frustrate, che dalla vita devono aver ricevuto poco, ma che in compenso sono catechizzate per bene dai programmi di Mario Giordano, sedotte da gli slogan delle destre populiste e galvanizzate dalla vittoria di Trump. Ma quelle frasi così becere, piene di livore e lontane dal cristianesimo (anche senza la bestemmia conclusiva, triste ciliegina sulla tossica torta in poco tempo confezionata sotto i miei occhi) mi suonano dentro come un pericoloso campanello d’allarme.
Perché se il popolo rancoroso pensa così, allora ha davvero ragione Mattarella a paragonare questi nostri anni Venti a quelli del secolo passato. Anche allora se la presero all’inizio con i sindacati e con le diversità etniche, facendo leva sul malcontento e le fatiche della gente comune. In poco tempo le organizzazioni democratiche vennero sciolte e i “diversi” (ebrei, zingari, Testimoni di Geova, dissidenti politici, omosessuali…) furono marginalizzati e infine deportati.
Deportare è una parola paurosa che sentiamo oggi utilizzare con leggerezza, come fosse cosa normale, in un’Europa dalla memoria corta e, ancor più, dall’altra parte dell’Atlantico, in quella che era la terra della libertà e dei diritti democratici e che oggi stringe invece l’occhio alla Russia e pensa di poter rimettere ordine e pace nei propri confini e nel mondo deportando migranti, minoranze linguistiche e un intero popolo da una striscia di terra che vorrebbe sì ricostruire, ma come “terra promessa” per i propri oligarchi (del petrolio, della finanza o del silicio, fa poca differenza).
E in tutto questo non possiamo non tornare a chiederci: i democratici, quel li veri, dove stanno? Forse rintanati nei loro circoli borghesi o al palo di battaglie culturali irrilevanti per il vissuto di chi tribola ad arrivare a fine mese… e la Chiesa? Perché in molti casi si è creata questa distanza con il popolo che senza la speranza cristiana, senza il Vangelo della carità, senza il sogno della fraternità si incattivisce sempre più in tristi e meschine visioni del mondo? È tempo di tenere alta la guardia, ma anche di ritrovare prossimità con la gente comune.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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