«Trent’anni fa non era certo facile pensare di portare il jazz al Teatro Olimpico. C’era molto timore, all’epoca Vicenza era ancora molto “tradizionalista”. Per cui in quella prima edizione cercammo di proporre un tipo di jazz che avesse delle connessioni con la musica classica. E questo ha dato un’impronta diversa rispetto agli altri festival in giro per l’Italia. Alla fine di quella rassegna, fatta di quattro concerti, uno a settimana, l’assessore alla cultura di allora, Francesca Lazzari, mi prese da parte e mi disse: “L’anno prossimo fai un festival vero”». Riccardo Brazzale, direttore artistico di Vicenza Jazz, ricorda così la scommessa (vinta) fatta nel 1996, quando il Teatro Olimpico ospitò i primi concerti di musica jazz della sua storia, organizzati in una rassegna, un festival. Da quell’anno Vicenza Jazz di strada ne ha percorsa molta e anche nel 2026 tornerà a calcare i palchi cittadini con un programma che celebra il centenario di due grandi musicisti, Miles Davis e John Coltrane, nati entrambi nel 1926.
Brazzale, perché avete deciso di intitolare Vicenza Jazz “New Conversations”?
«Fin da subito avevamo chiaro che Vicenza Jazz dovesse proporre delle produzioni proprie, pensate per il particolare contesto che lo ospitava. In quella prima edizione riproponemmo dal vivo l’album di Bill Evans, “Conversations with Myself”, in cui il pianista sovraincide tre linee di pianoforte che dialogano tra loro. Per l’occasione invitammo tre pianisti ad esibirsi: Paul Bley, John Taylor e Rita Marcotulli. Nessuno aveva mai proposto niente del genere. Fare dialogare artisti giovani e meno giovani, il classico con il moderno, il passato con il futuro. Sono queste le “new conversations”».
Per gli amanti delle classifiche: quali sono stati i tre momenti, in questi trent’anni, a cui è più legato?
«Nel 1998 fu un grande festival. In camerino incontrai John Lewis e Lee Konitz e pensai: “Caspita, questi si conoscono dal 1948, quando fecero Birth of the Cool con Miles Davis”. Quell’anno accadde un fatto strano. Il contrabbassista Charlie Haden e il pianista Kenny Barron dovevano suonare con il trombettista Tom Harrell. Qualcosa tra loro non funzionò, Harrell iniziò a sbagliare le note e lasciò il palco. All’epoca, dopo il concerto all’Olimpico salivamo all’Auditorio Canneti, dove avevamo allestito una sorta di jazz club. Quella sera Paolo Fresu doveva suonare con la cantante Sheila Jordan, che andò in albergo a chiamare Tom Harrell e lo convinse a tornare. Ne venne fuori una jam session magnifica. Solo nel jazz può capitare qualcosa del genere».
Il terzo ricordo?
«Il concerto dei Buena Vista Social Club in Piazza dei Signori, nel 2009. La piazza era strapiena. Non si trovava neanche una birra calda. I gestori dei bar protestarono: secondo loro non li avevamo avvisati per tempo che sarebbero arrivati artisti così importanti e popolari».
Parliamo dei due “padrini” dell’edizione di quest’anno. Coltrane è morto nel 1967, Davis nel 1991: ha mai ascoltato Miles Davis dal vivo?
«Sì, a Lugano, nel 1987. La band suonò parecchi minuti prima che lui entrasse in scena. E per molto tempo rimase con le spalle rivolte al pubblico, come faceva sempre, suonando poche note. Riuscì a creare un’attesa enorme. Era un personaggio, sapeva di esserlo, e questo aspetto crebbe nel corso della sua carriera. C’era molto teatro in quello che faceva. Musicalmente era nato quando si suonava nei club davanti a 50, 100 persone. Ha finito suonando jazz rock negli stadi per migliaia di spettatori. Eppure, in questa lunga carriera, l’album “Kind of Blue” del 1959 è tuttora l’album più venduto nella storia del jazz. Ha messo d’accordo tutti».
In quella registrazione Miles volle Coltrane al sax tenore. In cosa i due musicisti si differenziavano?
«Miles a 19 anni registrava il primo disco be-bop con Charlie Parker, a 23 era il band leader dietro al progetto, poi album, “Birth of the Cool”. Era un ottimo trombettista ma era soprattutto un grande organizzatore di suoni. Entrava in studio con le idee chiarissime. Coltrane è rimasto a lungo comprimario, la sua carriera da leader inizia a trent’anni e si interrompe a 40, quando muore. La musica di Coltrane nasce da una profonda spiritualità, molto personale, e si apre alle sonorità orientali e africane. Abbraccia le ragioni del free jazz perché sente la necessità di esprimere energia, onde sonore. Con i suoi assoli scaricava delle vere e proprie “cortine di suoni”. Quando morì lasciò un vuoto e un punto di domanda: dove sarebbe arrivato?».
Quale eredità hanno lasciato questi artisti?
«Da un punto di vista di suono della tromba, Miles ha influito moltissimo. Con lui la tromba prende quel caratteristico suono piccolo, pensoso. Fantastico, senza dubbio, ma anche a discapito dello stile più “muscoloso” che c’era prima e che un po’ si è perso. Coltrane suonava in modo tecnicamente difficile e per molto tempo è rimasto insuperato. Oggi però è tutto analizzabile, un assolo può essere rallentato per scoprirne i trucchi e i segreti. Oggi il villaggio è globale, i saperi condivisi, fare cose nuove è difficile e non ci sono più figure di riferimento così preponderanti come lo sono stati Davis e Coltrane. Gli ultimi giganti del jazz in modo… gigantesco».
Andrea Frison
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