La situazione in Medio Oriente resta purtroppo molto complessa e preoccupante. Gli Stati Uniti hanno innescato in modo sconsiderato l’ennesimo conflitto che non sono più in grado di controllare. Israele, nel suo un delirio di onnipotenza ammantato di mistificante messianismo, pare non avere alcuna intenzione di fermarsi e i suoi missili e droni continuano a seminare morte e distruzione in Libano, colpendo, insieme ai terroristi, tanta povera gente innocente. Ma più che per la crisi umanitaria, i Paesi europei (da cui non si odono grandi condanne né a Trump né a Netanyahu) sembrano preoccupati per quella petrolifera.
La chiusura dello stretto di Hormuz, da cui transitano normalmente quasi il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali, ha infatti generato immediati contraccolpi sul prezzo dei combustibili. I costi del carburante e di molti altri prodotti derivati sono subito aumentati, anche se, per ora, più per il parossismo e le speculazioni di borse e mercati che non per una reale indisponibilità del prodotto. Difficile non pensare che Trump nella sua follia avesse, almeno in questo, fatto bene i suoi calcoli mettendo le mani sui pozzi petroliferi del Venezuela prima di lanciarsi all’attacco dell’Iran e che Putin si stia fregando le mani per un mercato che, dopo gli anni delle sanzioni, potrebbe presto riaprirsi a favore della Russia. Certo è che se il conflitto dovesse prolungarsi e Hormuz restare chiuso, i problemi di approvvigionamento per molti paesi europei potrebbero farsi non solo reali, ma anche piuttosto seri, ben oltre la necessità di sborsare qualche euro in più per fare il pieno di benzina al distributore.
Più di qualcuno in questi giorni ha evocato lo spettro della crisi petrolifera del 1973, quando il governo guidato dal vicentino Mariano Rumor dovette varare un piano di austerity energetica, con le domeniche senz’auto (e non per motivi ecologici), la chiusura anticipata di fabbriche e attività commerciali, il coprifuoco serale alle 23 per bar, cinema, teatri e ristoranti. Anche allora c’era di mezzo Israele, in quel caso parte lesa di una guerra scatenata da Egitto e Siria con la conseguente chiusura del canale di Suez e, esattamente come oggi, il blocco navale delle petroliere. Cinquant’anni fa, l’Italia toccò con mano la radicale debolezza del proprio sistema economico, troppo dipendente dal petrolio straniero.
Certo, il mondo nel frattempo è cambiato, le fonti energetiche (anche se in Italia non ancora in modo adeguato) sono state diversificate e pensare ad un vero e proprio lockdown energetico come quello degli anni ’70 pare poco probabile. Dal Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica rassicurano che non vi è al momento alcuna emergenza, anche se limitazioni all’uso di caldaie e condizionatori, smartworking diffuso, targhe alterne e riduzione dell’illuminazione pubblica sono misure effettivamente già contemplate dal Governo in un documento stilato nel 2023 per gestire eventuali crisi energetiche.
Un comparto che potrebbe realmente entrare in crisi nel giro di poche settimane è, invece, quello dei viaggi aerei. Negli ultimi trent’anni, con l’apertura di molte frontiere e la nascita delle compagnie low cost, il turismo di massa, spesso mordi e fuggi, è cresciuto in modo esponenziale, ma poco sostenibile. Volare è uno dei modi di viaggiare in assoluto più inquinanti. La scarsità di carburante, insieme alla chiusura di alcuni spazi aerei per ragioni di sicurezza, potrebbe ora obbligare a rinunciare a un aperitivo a Barcellona o ad un weekend a Dubai. E questo, oltre a non essere un grande dramma, sarebbe in realtà molto salutare per il nostro povero pianeta e la sua bistrattata atmosfera. E se è vero che, come sostengono scherzosamente taluni, la secolarizzazione iniziò con l’invenzione del motore a scoppio che offrì alle persone innumerevoli alternative alla pratica religiosa festiva, quella che abbiamo davanti potrebbe trasformarsi, a ben guardare, in una grande opportunità .
In ogni caso, ciò che oggi accade nel mondo ci chiede anche di rivedere i nostri modelli di consumo e di tornare seriamente a pensare ad una non più rimandabile e, speriamo, felice decrescita economica.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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