Pochi giorni prima di Pasqua, il 25 di marzo, negli Stati Uniti è stata pronunciata una sentenza storica. Ma gli occhi del mondo, comprensibilmente puntati sul Medio Oriente, non ne hanno forse fatto cogliere a pieno la portata. Un tribunale di Los Angeles ha condannato due colossi del Big Tech, Meta e Google, ad un risarcimento milionario, stabilendo in sede processuale che Instagram e YouTube creano dipendenza.
A portare in tribunale le due celebri piattaforme social, entrambe con fatturati annui di miliardi di dollari, è stata una ragazza oggi ventenne, Kaley G. M., che dall’adolescenza soffre di gravi forme d’ansia e depressione, riconducibili chiaramente ad un utilizzo compulsivo dei social. La ragazza ha raccontato che ad un certo punto, verso i 16 anni, non riusciva più a staccarsi dai social network, continuando a controllarli febbrilmente anche di notte e cadendo in uno stato sempre più profondo di ansia, insoddisfazione e tristezza.
Sotto processo in questo caso non sono finiti dunque i contenuti veicolati dai social (dove violenza, pornografia e bullismo non sempre trovano filtri adeguati), ma il meccanismo stesso del loro funzionamento. Un meccanismo, a detta di molti esperti e della giuria di Los Angeles che ha emesso la sentenza, sempre più aggressivo e spregiudicato.
Per ragioni di profitto, dal 2015 in poi, l’imperativo di queste piattaforme è diventato quello dell’engagement ad ogni costo: coinvolgere e trattenere il più possibile l’attenzione e la permanenza online dei propri utenti, attraverso la profilazione degli interessi individuali e la possibilità dello scrolling continuo, ovvero di scorrere sul display del proprio telefono, col semplice tocco di un dito, un flusso potenzialmente infinito di testi, video e immagini.
Una vera e propria “bulimia delle connessioni” – come disse papa Leone la scorsa estate – che porta “la nostra società ad ammalarsi, travolta da immagini a volte distorte, messaggi spesso contraddittori, tempeste di emozioni”.
A risarcimento dei danni morali e fisici subiti, Meta (proprietaria peraltro anche di Facebook e WhatsApp) e Google dovranno versare a Kaley tre milioni di dollari. I due colossi della tecnologia digitale hanno già annunciato, come prevedibile, il ricorso in appello per una sentenza che, se confermata, rischia di minare il loro modello di business e che, in ogni caso, ha scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora.
Il disagio psichico indotto da un uso troppo precoce o troppo prolungato dei social è ormai sotto gli occhi di tutti e da tempo impegna la riflessione di genitori, educatori, psicologi e sociologi. Quanti ragazzi e ragazze come Kaley ci sono nel mondo? La sentenza di un tribunale, insieme all’impegno di molti legislatori, dice che il web non può più essere un far west senza regole.
L’Australia, dallo scorso dicembre, ha vietato l’accesso a piattaforme come Instagram, Facebook e TikTok ai minori di 16 anni. Provvedimenti simili sono al vaglio anche in Italia e nella maggior parte dei Paesi europei.
Ma se è indubbio che un’eccessiva frequentazione dell’ambiente digitale rischia di compromettere la serenità e lo sviluppo equilibrato dei minori, non meno preoccupanti risultano anche i comportamenti di molti adulti.
La vicenda di Kaley dovrebbe interrogarci tutti sulla quantità di tempo che passiamo sui social, WhatsApp compreso. Se la prima cosa che facciamo al mattino o l’ultima attività prima di dormire è controllare post, messaggi, like e commenti, forse abbiamo un problema. Se appena c’è un momento libero prendiamo in mano il telefono e iniziamo a “scrollare” video e notizie, probabilmente abbiamo un problema. Se tutte le esperienze che viviamo (messe e processioni comprese) devono diventare un post su Facebook o una foto su Instagram, decisamente abbiamo un problema.
E allora forse dovremmo educarci insieme a riconnetterci al mondo che ci circonda, a fare una passeggiata senza fare fotografie, a leggere un giornale o un libro di carta, a guardare negli occhi chi abbiamo di fronte.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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