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A Cologna Veneta l’eremo di San Felice coltiva vocazioni

7 Aprile 2021
in Diocesi
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A Cologna Veneta l’eremo di San Felice coltiva vocazioni

La piccola comunità dell’eremo è l’unica comunità dei frati conventuali presente nella Diocesi di Vicenza dopo la chiusura del convento di San Lorenzo a Vicenza.

All’eremo di San Felice, a Cologna Veneta, si coltivano vocazioni. Un lavoro paziente, che non si risolve nel giro di poche settimane ma che richiede mesi, a volte anni. Il terreno, però, è fertile, perché in questa casa di preghiera dei frati minori conventuali di vocazioni ne sbocciano. «In questi 10 anni, da quando cioè ci siamo stabiliti a Cologna Veneta, una dozzina di persone, sia uomini che donne, hanno maturato una scelta vocazionale». A dirlo è padre Andrea Arvalli, teologo, psicologo e responsabile della piccola comunità dei frati dell’eremo, l’unica comunità dei frati conventuali presente nella Diocesi di Vicenza dopo la chiusura del convento di San Lorenzo, nel capoluogo berico.

«Il progetto dell’eremo di San Felice è unico nella provincia Nord Italia del nostro ordine (che si estende fino all’Emilia Romagna compresa, ndr) ed è un progetto “nuovo” – prosegue Arvalli -. Siamo una casa di preghiera, ma vogliamo anche essere qualcosa di diverso: un gruppo di frati che vivono, pregano, scrivono e cercano di attivare qualche progetto». L’eremo è da sempre aperto all’accoglienza e all’accompagnamento personale di chi lo chiede: seminaristi, laici, religiosi e religiose (anche se la pandemia ha causato un’inevitabile riduzione di queste esperienze). «Collaboriamo con l’animazione vocazionale giovanile di Padova, dove due nostri confratelli lavorano a livello nazionale e ogni tanto ci mandano qualche giovane – prosegue Arvalli -. Il nostro è un lavoro paziente, di accompagnamento nella quotidianità». Con il tempo, l’eremo ha cominciato a raccogliere richieste di accompagnamento da uomini e donne nel pieno della «crisi dei 40 anni – la chiama Arvalli – cioè di giovani adulti tra i 30 e i 40 anni e di adulti più che quarantenni. Sono persone che per un motivo o per l’altro hanno sentito il desiderio di riavvicinarsi alla fede e che qui da noi hanno trovato un terreno adatto per venire a pregare e riprendere in mano la propria vita». Ed è tra di loro che i frati di San Felice hanno visto nascere le vocazioni, anche femminili:«Negli ultimi anni, infatti, è cresciuta la domanda di accompagnamento di donne adulte. Lo considero un fatto interessante che dice il desiderio delle donne di vivere una consacrazione che sia al passo con i veloci cambiamenti del mondo femminile nella società».

Messi in fila, tutti questi elementi, fanno maturare la convinzione che la piccola comunità di San Felice (3-4 frati in tutto, dipende dal periodo) più che una realtà di nicchia sia una realtà di frontiera. «Senza dubbio – conferma padre Arvalli – e me ne sono convinto anch’io negli ultimi anni. L’esperienza che stiamo vivendo è che questi laici adulti, con le esperienze professionali che hanno alle spalle, le vicende esistenziali spesso complesse, costringono noi frati a cambiare. Ci costringono a riscoprire la preghiera, la consacrazione, il nostro stile di vita». Per comprendere meglio la portata del lavoro che a San Felice viene fatto con gli adulti, padre Arvalli ricorre al confronto con la pastorale giovanile: «I giovani di vent’anni chiedono di fare esperienze, di venire guidati, di ricevere proposte. Con gli adulti c’è una reciprocità diversa che ti costringe a smuoverti perché è probabile che su certe cose ne sappiano più di te». È anche la mancanza di questa reciprocità che, secondo Arvalli, spiega il calo delle vocazioni religiose, dovuto «al calo demografico e alla crescente secolarizzazione, senza dubbio, ma credo anche che |come religiosi dovremmo metterci in discussione e riscoprire la vita consacrata come uno stile per vivere la vita cristiana, con più umiltà, come una luce che non vuole illuminare se stessa ma ciò che ha intorno. Un’umiltà, quindi, che significa sapere imparare invece di ribattere. È questo uno stile nuovo di essere religiosi ma che si inquadra in uno stile nuovo di essere credenti. È un discorso che vale per tutti».

Presente da dieci anni a Cologna Veneta, il cammino dell’eremo di San Felice inizia però ben prima. «Nel 2002, dopo una lunga esperienza da maestro dei novizi, ho chiesto ai miei superiori di poter fare qualcosa di diverso, e così abbiamo aperto una prima comunità a Toara di Villaga, sempre in Diocesi di Vicenza – racconta padre Arvalli -. In seguito di ci siamo trasferiti nelle Marche e poi siamo approdati a Cologna nel 2011 con il vescovo Nosiglia». Per la comunità l’inserimento nella comunità diocesano non è secondario, anzi. «Non ci siamo chiusi dentro all’eremo ma collaboriamo con le parrocchie del vicariato». In questi mesi, in particolare, «la presenza dei frati è stata preziosa per coprire l’assenza di don Daniele Vencato, ricoverato a causa del Covid – racconta don Stefano Piccolo, parroco in solido dell’Up Cologna Veneta -. I frati non rappresentano un “corpo estraneo” ma sono una presenza bella per il vicariato e i fedeli apprezzano molto la loro preparazione biblica». Dello stesso parere anche don Matteo Zilio, parroco in solido dell’Up Veronella-Zimella: «Sono una presenza che fa bene al vicariato – dice – e credo che la loro esperienza sia illuminante per la pastorale vocazionale».

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