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Cento anni fa la “Battaglia del Solstizio” sul Monte Grappa

15 Giugno 2018
in Cultura
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Cento anni fa la “Battaglia del Solstizio” sul Monte Grappa

“Contro a te già s’infranse il nemico che all’Italia tendeva lo sguardo, non passa un cotal baluardo affidato ad italici cuor”. “Il Piave mormorò: Non passa lo straniero!”: queste poche parole tratte delle due più famose canzoni della Grande guerra Monte Grappa tu sei la mia patria e La leggenda del Piave riassumono la rinata fiducia dei soldati italiani, reduci dalla disfatta di Caporetto. Fiducia che negli otto giorni della seconda battaglia del Piave, ribattezzata aulicamente da D’Annunzio “Battaglia del Solstizio”, ribaltò le sorti della guerra.

La tragica ritirata di Caporetto del novembre del ‘17 si arrestò sulla linea Monte Grappa e del Piave che fortunatamente il generale Cadorna aveva preventivamente dotato di trinceranti, collegamenti stradali e idraulici. Il IV corpo d’armata, ritiratosi dal Cadore si rischierò sul Grappa riuscendo a fermare l’avanzata nemica in due fasi di accaniti scontri, dal 14 al 26 novembre e dall’11 al 21 dicembre 1917, in quella che fu definita la prima battaglia del Grappa. L’eroica condotta di quei soldati fu determinante nell’arrestare l’avanzata austroungarica sulla linea del Piave. Si ritornò alla guerra di trincea, che ora correva lungo la sponda del “fiume sacro”, ma il successo della prima battaglia del Piave portò grandi cambiamenti: ridiede fiducia ai soldati, permise all’esercito, ora sotto il comando di Armando Diaz, di riorganizzarsi – vennero arruolati anche i diciottenni della classe ‘99 – riconquistando considerazione presso gli alleati francesi e inglesi che inviarono i primi reparti ad integrare le nostre forze.

Sull’altro fronte, gli imperiali dovevano vedersela con lo scomodo alleato tedesco – determinante nella vittoria di Caporetto – che li accusava di poca determinazione nello sfondare la linea del Piave e quindi la resa dell’Italia e un “corridoio” per raggiungere in breve tempo il fronte francese, dove i tedeschi si stavano dissanguando. L’imperatore Carlo I doveva anche vedersela con il malcontento che cominciava a serpeggiare tra la popolazione per i milioni di morti in quattro anni di guerra e la profonda crisi economica.

Visto che i tedeschi non avrebbero mai permesso un armistizio separato con l’Italia, nel marzo dei ‘18 il Capo di Stato Maggiore dell’impero avviava l’organizzazione di un’importante offensiva sul fronte italiano: essa prevedeva un primo attacco al Passo del Tonale immediatamente seguito da quello imponente sull’Altopiano di Asiago e sul Monte Grappa, con la decima e l’undicesima armata del generale Franz Conrad, e quello lungo il Piave dal Montello al mare, con la quinta e sesta armata comandate dal feldmaresciallo Svetozar Borojevic. La strategia prevedeva una mossa a tenaglia che stritolasse le truppe italiane ritenute ben più deboli. Invece il comando italiano era riuscito in pochi mesi a fare imponenti opere di difesa e a portare sul fronte ben 53 divisioni (dai 10 ai 15mila uomini l’una) più 6 degli alleati anglofrancesi, 7.500 cannoni e 650 aeroplani. Una sottostima, unita alla decisione di attaccare su un fronte così ampio, che portò al disastro di Vittorio Veneto.

La grande battaglia si accese nella notte del 15 giugno, ma era attesa, tanto che il fuoco delle artiglierie italiane iniziò prima del tiro di preparazione degli imperiali portando disorientamento e riducendone gli effetti distruttivi, soprattutto per la tattica di spostare in continuazione le batterie poste anche su barconi lungo il Sile.

Sul Grappa gli attaccanti riuscirono a raggiungere Col del Moins e Col Moschin, spingendosi fino al Ponte San Lorenzo (una colonna romana riporta nell’epigrafe: “Qui giunse il nemico e fu respinto per sempre il 15 giugno 1918”); l’attacco su Cima Grappa sfonda sulla linea Solarolo-Valderoa ma i ripetuti contrattacchi ricacciano il nemico da quasi tutte le posizioni conquistate.

Lungo il resto del fronte, il Piave in piena ostacolal’assalto degli austriaci che riescono comunque a passare al Montello, al centro nella direttrice Treviso e a Sud fra il Piave Vecchio e Nuovo. Si combattè anche ailimiti della laguna a Cavazuccherina, l’attuale Jesolo, e a Caposile. Ma il 19 il Piave, ulteriormente ingrossato, isola le teste di ponte, inoltre l’artiglieria e l’aviazione(sul Montello il 18 giugno in un’azione di mitragliamentocade Francesco Baracca, vincitore di 34 duelli aerei) distruggono la maggior parte dei ponti di barche. L’esercito austriaco, che aveva costruito sul Piave circa 60 ponti e usato 200 pontoni e 1.300 imbarcazioni per il trasporto delle truppe, non riesce a resistere al contrattacco ed è costretto a ripassare il fiume lasciando migliaia di morti, molti dei quali annegati.

La battaglia iniziata il 15 si conclude il 22 giugno, anche se gli scontri continuarono: dal 2 all’8 luglio infuria la lotta nel delta, mentre l’8 luglio a Fossalta di Piave viene ferito Ernest Hemingway, il grande scrittore americano, autista volontario di ambulanze, che da questa dura esperienza s’ispirò per i due celebri romanzi Addio alle armi e Al di là dal fiume tra gli alberi.

La tentata offensiva austriaca si tramutò quindi in una pesantissima disfatta: tra morti, feriti e prigionieri gli austro-ungarici persero quasi 150.000 uomini, mentre le perdite italiane ammontarono a circa 90.000 uomini. Solo il 24 ottobre il generale Diaz, pressato anche dagli alleati che avanzavano sul fronte occidentale, scatenò la terza battaglia del Piave o battaglia di Vittorio Veneto che in dieci giorni annientò la resistenza delle demoralizzate truppe austroungariche portando alla firma dell’armistizio, il 3 novembre a Villa Giusti in località Mandria di Padova, che alle 15.30 del 4 novembre, mise fine alla guerra tra Italia e Austria

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