Venti anni fa l’8 marzo veniva spesso ridotto a una “festa delle donne”: uscite tra amiche, fiori, brindisi, situazioni che di femminismo avevano ben poco. Ma sotto quei gesti leggeri si stava preparando una rivoluzione, un seme di diritti che ha iniziato a mettere radici.
La Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne non nasce come una ricorrenza qualunque. La sua origine risale ai primi del Novecento, quando le donne rivendicavano il diritto al voto, alla parità legale, a condizioni di lavoro e di vita dignitose. Dall’incendio della fabbrica di New York del 1911, dove morirono 146 persone, in gran parte giovani immigrate, alle lotte per l’uguaglianza salariale negli anni successivi, l’8 marzo è diventato un momento di rivendicazione sociale: non una festa, ma una chiamata al cambiamento.
Oggi non ci accontentiamo delle mimose. Pretendiamo parità salariale, pari accesso alle discipline STEM (scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche), corresponsabilità nella cura dei figli. Ricordiamo con amarezza la bocciatura, la scorsa settimana, della proposta di legge sulla parità di congedo di maternità e paternità: un’occasione mancata per affermare un principio semplice e giusto.
È necessario abolire tutte le facce del patriarcato, quelle visibili e quelle insabbiate nella cultura quotidiana. Per non sentirci più dire “stai zitta”, “te lo spiego io, bella bionda”. Per una rivoluzione che porti la voce delle donne nelle piazze, ma anche negli spazi più piccoli della vita di tutti i giorni, contro una politica che continua a tessere il patriarcato come trama invisibile delle istituzioni.
Una politica della guerra, non solo nel senso geopolitico, è quella che permette alla violenza sessista di prosperare, che esalta una virilità maschile come simbolo di forza, mentre nel nostro Paese i femminicidi restano all’ordine del giorno e le istituzioni sembrano incapaci di affrontare i nodi culturali più profondi. La donna è stata troppo a lungo considerata soggetto sacrificale, oggetto d’arredamento. Oggi non sta più zitta.
«Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva», scriveva Michela Murgia, e questa verità continua a risuonare più che mai.
Focus sui nostri territori. L’occasione ce la dà l’Istat con il Rendiconto di genere 2025. Lo scorso anno l’età media delle madri al primo figlio sfiorava i 32 anni, riflettendo l’assenza di un welfare familiare che non è stato compensato da politiche statali efficaci.
Le ragazze sono il 62% dei laureati, ma nelle discipline STEM le donne restano minoranza: 34,5 mila contro quasi 50 mila uomini. E questo, in un mondo in cui una laurea STEM apre maggiori sbocchi professionali e stipendi più alti, racconta la persistenza di pregiudizi e stereotipi.
Nel mercato del lavoro la forbice è evidente. Il tasso di occupazione maschile è al 71%, quello femminile al 53%. Le donne subiscono più precarietà, più contratti temporanei, più ostacoli. Nelle nuove assunzioni a tempo indeterminato gli uomini sono il 63%, le donne il 37%.
E soprattutto, la distanza salariale resta: in media una donna guadagna 82,63 euro al giorno nel settore privato, mentre un uomo ne guadagna 111,25. Si chiama gender pay gap, ma è molto più di un dato: è una dichiarazione di valore sistemico.
Le disuguaglianze sono misurabili, anche quando non vengono sempre contate. Succede quando rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché “dovremmo dire anche farmacisto”. Succede quando il vostro lavoro viene ridotto a un dettaglio personale: “mamma d’oro alle Olimpiadi”. Succede quando il cognome non viene pronunciato se non con un articolo davanti, anche per la nostra presidente, “la Meloni”. Avete mai sentito “il Draghi”? No, vero? Succede quando ci dicono di calmarci, di sorridere, di comportarci bene.
È ora di rimettere al centro i desideri, la rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi.
La cura dei figli e familiare resta una responsabilità femminile non per scelta, ma per necessità. Le disuguaglianze si riflettono anche nelle pensioni, con una forbice che vede le pensionate ricevere in media il 23-30% in meno rispetto ai colleghi maschi. È la conseguenza di carriere interrotte, lavori sottovalutati, diritti non riconosciuti.
Il lavoro da fare è tanto. Non per avere di più, ma per ottenere ciò che è giusto. Il cambiamento personale e collettivo è già in corso: nelle piazze che si riempiono, negli scioperi che attraversano le città, nelle assemblee, nelle case, nei luoghi di lavoro, nella presa di coscienza quotidiana di ogni donna che decide di non accettare più il silenzio come destino.
E oggi, come nei primi del Novecento, torna attuale con forza disarmante quella rivendicazione che attraversò oceani e fabbriche: «Vogliamo il pane, ma anche le rose», diceva Rose Schneiderman.
Il pane dei diritti, del lavoro, della giustizia. Le rose della dignità, del tempo, della libertà, di una vita non oggettivizzata.
Non è una richiesta. È un cambiamento che non chiede più il permesso.
Giada Zandonà
© RIPRODUZIONE RISERVATA


