«Soprattutto, presentiamo un’olimpiade che è low-cost: 380 milioni di euro». Era il 2018 e Luca Zaia, di fronte alla sede del Coni, spiegava così ai giornalisti perché la candidatura di Cortina ad ospitare le Olimpiadi invernali 2026 era controcorrente.
«Non so a che numeri si riferisse Zaia, ma nel 2026, fatti i conti, possiamo dire che le Olimpiadi di Cortina sono tutt’altro che low cost». Lo afferma senza mezzi termini Giuseppe Pietrobellli, giornalista originario di Schio per molti anni cronista del Gazzettino e oggi collaboratore de Il Fatto Quotidiano (in gioventù, negli anni ’70, ha pure scritto qualche pezzo per La Voce dei Berici, ndr), che ha da poco pubblicato Una montagna di soldi, libro-inchiesta proprio sui costi delle Olimpiadi di Cortina presentato questa settimana a Vicenza.
Pietrobelli, quanto costeranno queste Olimpiadi?
«Organizzare le Olimpiadi costerà circa 2 miliardi di euro. Con uno sforamento di 500 milioni, perché il costo previsto era di un miliardo e mezzo. Si diceva che ai contribuenti italiani non sarebbero costate niente, ma non è così. Con un decreto il Governo Meloni ha stanziato 387 milioni di euro. Sono assegnati alle paralimpiadi, ma in realtà è una partita di giro. Questa però è solo una parte della torta».
L’altra “fetta” in cosa consiste?
«Quando la candidatura di Cortina è stata presentata si sosteneva che non sarebbero servite infrastrutture di collegamento, che gli impianti erano già esistenti salvo due – il villaggio olimpico di Milano e l’arena Santa Giulia, finite nell’inchiesta sui grattacieli milanesi – e che sarebbero stati sufficienti interventi di ristrutturazione. Si prevedeva una spesa di 204 milioni di euro in opere sportive, in realtà ne verranno spesi 905 milioni. In più ci sono le infrastrutture di collegamento e di trasporto: 4 miliardi per strade, ferrovie, ponti e piste ciclabili. Una fetta ancora più grande».
Perché questo aumento di costi? Che idea si è fatto? Leggerezza progettuale, imprevisti esterni (pandemia e guerra), inflazione o che altro?
«Pandemia e guerra sono le risposte ufficiali, però andiamoci piano: i dossier di candidatura prevedevano l’aumento delle spese tenendo conto dell’inflazione. Son cambiate tante cose, ma verrà speso molto di più di quanto previsto. Il mondo dello sport non bada a spese. E probabilmente sono mancati incassi dagli sponsor».
Alcune infrastrutture stradali, però, erano attese da tempo, come la variante di Longarone.
«Ma sono in grande ritardo, verranno completate fuori tempo massimo. Il problema è che le Olimpiadi sono un grande collettore di finanziamenti pubblici per realizzare progetti rimasti sulla carta. Ma allora è il grande evento che comanda la politica, non la politica sana che dice “ho tot risorse, tot problemi, facciamo una scelta equilibrata”. Si è speso tanto perché c’è stato l’assalto alla diligenza. Enti locali, Regione Veneto, Regione Lombardia, province autonome hanno creato un elenco di opere da realizzare. Ma tutto questo verrà realizzato dopo le Olimpiadi e qui sta il vero “bubbone” politico: si fanno promesse, arrivano i soldi, ma non si completano le opere. Però le opere creano consenso sul territorio e il consenso crea potere».
Insomma, altro che “nuovo rinascimento”, per utilizzare un’altra espressione di Zaia…
«Belluno è la provincia dove si è votato meno alle regionali. Un dato preoccupante. Queste Olimpiadi avrebbero dovuto essere un “piano Marshall” per la montagna, ma a partire da quale modello di montagna? Sistemano le piste, realizzano una scandalosa pista da bob, impianti di risalita, bacini di innevamento… Dietro c’è una visione consumistica della montagna. Uno sfruttamento intensivo con la presunzione di dilatare le stagioni grazie alla tecnologia».
C’è un ulteriore paradosso: l’accumulo nevoso sulle nostre montagne è inferiore del 60 per cento rispetto alla media degli ultimi 15 anni.
«Dobbiamo interrogarci. Le Olimpiadi invernali avranno una possibilità sempre minore di potersi svolgere. Solo quattro delle località che le hanno organizzate fino ad oggi potrebbero tornare ad ospitarle. Per questo non portano ricchezza. Solo grandi debiti».
Andrea Frison
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