Christian Greco accende i riflettori su quello che è il più innovativo e rivoluzionario allestimento mai realizzato al Museo Egizio di Torino, che consente al pubblico di ammirare l’arredo funerario di una coppia di nobili egiziani del 1350 a.C. in una maniera unica al mondo. L’occasione per far conoscere al pubblico vicentino la tomba di Kha e Merit è stata data dalla serata “Caminetto” del Club Rotary Vicenza Berici, ospitata nella sala Lazzati del Palazzo delle Opere Sociali.
Dopo i saluti della vicesindaca Isabella Sala, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale, e del presidente del Club ospitante, l’architetto Federico Pellizzari, Christian Greco, direttore del Museo Egizio dal 2014, ha tracciato un breve excursus sul ritrovamento della tomba, rinvenuta ancora intatta e sigillata nel 1906 ad opera dell’egittologo Ernesto Schiaparelli, grazie al finanziamento del re d’Italia Vittorio Emanuele III, a Deir el-Medina (Tebe Ovest), dove erano ospitati gli artigiani e, più in generale, le maestranze preposte alla realizzazione e alla manutenzione delle tombe della Valle dei Re.
«I sarcofaghi erano di fattura molto raffinata, con intarsi dorati e decorazioni a bassorilievo – introduce Christian Greco –. Schiaparelli, all’epoca direttore del Museo Egizio di Torino, decise di non sbendare le mummie: una scelta dettata dal rispetto verso quei corpi che rimanevano anzitutto persone». La tomba non era stata depredata, poiché l’ingresso era distante dalla cappella funeraria, sormontata dal pyramidion, che nell’Antico Egitto simboleggiava la connessione tra i defunti e le divinità solari, ed era presente nelle tombe private del Nuovo Regno. Un reperto che attualmente è custodito al Museo del Louvre, ma che dal 14 febbraio prossimo sarà visibile al Museo Egizio di Torino eccezionalmente per un intero anno.
«A 120 anni dalla scoperta della cappella funeraria – continua Greco – è avvenuto un cambio di prospettiva radicale. Il nuovo allestimento pone in evidenza non solo 460 reperti, ma l’idea di accompagnare il visitatore alla scoperta della vita quotidiana di Kha e Merit, due persone realmente esistite all’epoca del Nuovo Regno, verso la fine del XV secolo a.C., intrecciando archeologia e tecnologia per enfatizzare il percorso umano. La sala rinnovata costituisce un modello per i futuri riallestimenti, in cui il pubblico sarà sempre più accompagnato alla scoperta non solo dei reperti, ma della conoscenza che li circonda».
L’intervento è stato sostenuto dalla Fondazione CRT, da grandi donatori privati, da Gli Scarabei – Associazione dei Soci Sostenitori del Museo Egizio – e da oltre 500 persone che hanno partecipato alla campagna di raccolta fondi “Oggetti quotidiani, storie straordinarie”. Si dipana nelle teche esposte la storia di Kha, architetto al servizio di tre faraoni, e della moglie il cui nome, Merit, significa “l’amata di Dio” e che in lingua ebraica è diventato quello che comunemente oggi conosciamo, cioè “Maria”.
La mummia di quest’ultima venne trovata protetta da una maschera funeraria realizzata con la tecnica del cartonnage – bende di tessuto impregnate di gesso a simulare una sorta di cartapesta. Molti gli oggetti di vita quotidiana, tutti contrassegnati dal monogramma di Kha: dai mobili agli utensili da toilette, dagli strumenti da lavoro fino a giochi, borracce e persino cibi fossilizzati. Compaiono intatti anche articoli di biancheria intima e, solo di tessuti in lino, ne sono stati contati quasi 1.500 metri, mentre non mancano amuleti, testi religiosi o gioielli ritrovati nascosti sotto i bendaggi.
«Ma la vera rivoluzione di questo nuovo allestimento – prosegue Greco – è legata alla tecnologia. Il Libro dei Morti di Kha è contenuto in una teca anossica inclinata a 45 gradi e lunga 14 metri, la prima al mondo di queste dimensioni progettata specificamente per i papiri, che conferma il Museo Egizio all’avanguardia mondiale nella conservazione dei papiri».
Significativo l’ingresso alla tomba della nobile coppia, sul quale è indicata la scritta «Per far vivere i loro nomi per l’eternità», una frase che racchiude uno dei più profondi e radicati dogmi della religione egizia. «Il nome di una persona (Ren) – ricorda Christian Greco – era essenziale per la sua esistenza continua nell’aldilà e finché veniva pronunciato, la persona sarebbe vissuta. Per questo i nomi venivano scritti e incisi ripetutamente su tombe, stele e statue, assicurando che la memoria e l’identità della persona defunta persistessero».
Denise Battistini
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