“Il cacciatore di sogni”. È questo il titolo del docufilm Rai dedicato alla storia di Andrea Stella, il velista vicentino, nato a Sandrigo nel 1976 e residente a Thiene, che quest’anno festeggerà il mezzo secolo. Una vita la sua quasi equamente suddivisa in due parti: a 24 anni è rimasto vittima di una sparatoria negli Usa e da allora è affetto da paraplegia agli arti inferiori, che tuttavia non gli ha impedito di «ripartire da zero e rimettersi in gioco», dedicando la seconda metà dell’esistenza a coloro che, come lui, pur costretti su una sedia a rotelle, vogliono vivere grandi emozioni. E soprattutto rincorrere nuovi sogni.
Andrea, com’è cambiata la sua vita un quarto di secolo fa?
«Dopo essermi laureato in giurisprudenza all’Università di Trento nel luglio 2000, il mese successivo ero partito per un viaggio negli Stati Uniti, che era il regalo per il completamento degli studi. Mi trovavo a Fort Lauderdale, città della Florida vicino a Miami, dove avevo iniziato a frequentare una scuola d’inglese in vista dell’esperienza lavorativa che mi attendeva al rientro in Italia. I sogni da ragazzo erano quelli di affermarmi nello studio e nel lavoro».
Ma il destino ha avuto in serbo altri piani per lei…
«Proprio così. Alle ore 22 del 29 agosto, in una via principale, con ristoranti, locali e gente sulle strade e sulle piazze, stavo recuperando la macchina per tornare a casa quando, all’improvviso, mi sono trovato di fronte quattro uomini travisati con un passamontagna. Capito che era una rapina, non ho reagito, anche perché l’auto era a noleggio, ma mi hanno sparato addosso».
Cosa ricorda degli istanti successivi?
«Nulla, il buio totale. Solo mesi dopo mi è stato raccontato di soccorsi tempestivi, ma la situazione era drammatica perché le pallottole avevano perforato fegato, polmone e colonna vertebrale. Dopo 35 giorni di coma indotto mi sono svegliato: ricordo di aver chiesto le ciabatte per andare a farmi una doccia. A quel punto mi è stato detto, anche dai miei familiari arrivati negli States dopo l’agguato, che non avrei più camminato».
Come si esce da una situazione simile?
«Non è stato facile, ho trascorso un lungo periodo di brutti pensieri, sofferenza e frustrazione. A spronarmi maggiormente è stato mio padre che mi ha spinto a tornare in barca a vela, già prima la mia principale passione. L’obiettivo era potermi muovere sulle ruote come facevo con le gambe, ma le piccole imbarcazioni non permettono lunghi viaggi. Da qui l’idea di costruire un catamarano, che non si inclina e non sbanda come una barca tradizionale. Tutto è avvenuto in un anno e mezzo, in un cantiere italiano, dove abbiamo prodotto un modello unico al mondo, lungo 18 metri, privo di barriere architettoniche e completamente accessibile ai disabili, inclusi posti letto e bagni».
Il passo successivo qual è stato?
«La nascita de “Lo spirito di Stella”, diventato il nome della barca e dell’Associazione Onlus fondata nel luglio 2003: in più di un ventennio ha consentito a più di 10 mila persone di vivere l’avventura su un catamarano in mare aperto».
Tra i tanti quali gli altri episodi significativi della sua seconda vita?
«Nel 2004, a bordo della stessa barca, abbiamo intrapreso “Back to Usa”, il ritorno via mare a Miami, che ha “chiuso il cerchio” del tragico fatto. Di quel viaggio sono stati tratti un lungometraggio per la regia di Stefano Mordini e “Il ritorno in un istante”, un volume fotografico di Alessandro Brasile. Nel 2006 ho pubblicato il mio primo libro “Due ruote sull’oceano”, edito da Longanesi, che racconta i terribili momenti successivi all’incidente e la rinascita. Di recente il giro attorno al mondo “Wheels on Waves 2023-2025”, in contemporanea con la nave scuola Amerigo Vespucci».
Sarà presente ai Giochi di Milano Cortina e alle Paralimpiadi?
«Sicuramente. E coglierò l’occasione per pubblicizzare i progetti invernali già attivi, tra cui le “Baite accessibili” che ci hanno visto regalare una cinquantina di sedie a rotelle nelle strutture in alta quota».
Ormai vicino ai 50 anni (li compirà il 27 giugno, ndr.) come si definisce?
«Un uomo che non si ferma mai, capace di coltivare sempre nuovi traguardi e obiettivi, da portare avanti con passione. Al fianco c’è mia moglie Maria, sposata 9 anni fa e il cui matrimonio si è celebrato durante una traversata sull’Oceano. In realtà siamo in tre: Maya, una meticcia di 12 anni, è sempre con noi e fa parte della famiglia».
Luca Pozza
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