Una casa, non un dormitorio. Per Jasmine, pakistana, che quando è arrivata si rifiutava di parlare, sputava e lanciava oggetti a chiunque provasse ad avvicinarsi. Puzzava, dormiva in corridoio, nessuno la voleva in stanza. Per Cip&Ciop, Paolo e Mario, alcolisti da una vita, a detta del Serd casi irrecuperabili, che si sono appena rifatti i denti. Un’ancora per Giulio e Sandro, che quando hanno bussato erano magri impiccati, consumati dall’eroina. Come per Armando, anziano con l’Alzheimer e Mustafà, africano, spacciatore.
Benvenuti all’albergo cittadino. Storie vere, con nomi di fantasia per tutelare la privacy. Uomini e donne che vivono in contrà San Marco 3, nello stabile che ospitava l’ex pensionato studenti messo a disposizione dalla Diocesi di Vicenza. Roger Bonin, responsabile della struttura, le chiama “Good news”. Casi disperati, sbandati, che grazie al lavoro dell’équipe della cooperativa Cosmo e di Gabbiano 2.0 che gestiscono la struttura comunale dalla fine del 2019, hanno ritrovato un po’ di dignità. «Abbiamo preso in mano l’albergo cittadino quando si trovava ancora nella vecchia sede di via Giordano, in zona San Lazzaro – spiega Bonin -. Gli ospiti erano abituati a tornare in struttura molto alterati da alcol e sostanze. C’era conflittualità, spesso la polizia era costretta ad intervenire». Il Comune voleva un cambio di passo. Cosmo, esperto nella gestione di persone con dipendenze, e Gabbiano 2.0 sono arrivati con il Covid. «Il lockdown ci ha costretto a conoscere davvero gli ospiti. E loro sono stati costretti a capire il nostro approccio. Abbiamo potuto lavorare molto sulla riduzione degli abusi con percorsi personalizzati, collaborando con l’alcologia, il Serd, inserendo qualcuno in comunità. Non siamo una struttura terapeutica, ma non siamo neanche albergatori o custodi notturni. Lavoriamo su progetti educativi».
L’Albergo cittadino si è trasferito in zona San Marco a luglio 2020. Oggi accoglie circa 70 persone. Il 30% sono italiani, il 20% del totale sono donne, mentre i cinque co-housing (gestiti sempre da Cosmo) distribuiti nel territorio vicentino, ospitano 11 mamme con 26 bambini e due nonne.

C’è parecchio giro, nel 2021 le accoglienze sono state 130, più le 50 che c’erano già nella struttura precedente, con una media di 50-55 posti. Le persone che si fermano per qualche giorno sono soprattutto donne che scappano dal marito violento, immigrati di ritorno dalla Germania. Lo zoccolo duro ha patologie o dipendenze. Il coprifuoco è alle 22, salvo motivi di lavoro. Due le ammonizioni, con la terza c’è l’espulsione che è sempre «controllata». Se la vecchia sede era concepita con grandi stanzoni e bagni in comune, l’attuale Albergo cittadino ha stanze da due-tre posti, molte con il bagno privato. «Un salto di qualità enorme – continua Bonin – che ha contribuito a creare un ambiente sereno e collaborativo dove poter lavorare ancora meglio. Una soluzione abitativa che dà libertà e dignità alle persone e che ci ha permesso di abbattere i livelli di conflittualità. Un luogo che è casa. Non finirò mai di ringraziare il vescovo Pizziol e mons. Miola per la disponibilità. Ogni volta che chiamo l’economo chiedo un “pezzetto” di stabile in più per allargarci e non ci è mai stato detto di no».

Jasmine è nella sala principale. Sulla cinquantina, sovrappeso, seduta sui suoi abiti sgargianti. «Non si fidava di nessuno – racconta il direttore -. Non spiaccicava parola. Era molto aggressiva. Un giorno le ho mostrato la foto del suo documento fotocopiato. Chi è questa? Le chiesi. “Jasmine!” disse. Era la prima volta che si relazionava. In accordo con un medico in pensione ogni giorno le diamo un farmaco con il caffè. Ha cominciato a raccontarsi. È più tranquilla. La mattina, quando passa e dice “ciao Roger” mi cambia la giornata». Bonin la chiama «la relazione che cura». Un gioco di squadra tra operatori, medici in pensione, Ulss 8, assistenti sociali e Caritas diocesana che gestisce i pasti. «Il direttore don Pajarin ci permette di sfamare tutti e ha attivato un nuovo progetto di unità di strada con il Comune di Vicenza. Caritas sta gestendo anche un importante progetto di inserimento lavorativo per gli ospiti di tutte le strutture di accoglienza della provincia».
Un lavoro complesso. «Non sempre si hanno risultati – spiega Bonin -. Ci vogliono tempo, pazienza, qualche bluff, e trucchetti vari». Paolo e Mario (i due tossici, quelli magri magri) sono arrivati strafatti e positivi al Covid. «Li ho tenuti in isolamento 10 giorni – racconta ancora il responsabile -. “Guarda come siamo ridotti, sarà il Covid?” mi hanno detto. “No cari, è la droga” ho risposto loro. Facciamo che restate in isolamento con il metadone per un altro mese. Se uscite e vi fate di eroina come faccio a tenervi qui con donne e bambini? Alla fine abbiamo trovato un accordo. Oggi lavorano entrambi». Poi ci sono Cip&Ciop. «Avrei dovuto buttarli fuori ancora in via Giordano – sbotta Bonin -. Tornavano ciuchi, erano violenti, bestemmiavano. Promettevano e ci ricascavano. E ancora e ancora. Cip negava di perdere il controllo. “Non ci credo direttore”. Lo abbiamo filmato. Di fronte all’evidenza si è messo a piangere, e noi con lui. Da quel momento è scattato qualcosa».
Cip&ciop lavorano dal lunedì al venerdì, non perdono un giorno. «L’accordo con Cip è che può sgarare solo il sabato, senza esagerare. La domenica si recupera». La scorsa settimana si è rifatto i denti perché «vuole essere presentabile per andare a trovare una parente che vive in un’altra regione» racconta ancora il responsabile. Nel suo staff ci sono l’educatrice Silvia Venturini, l’assistente sociale Miriana Egano e l’operatore Carmine Alfano. Luca Sinigallia è il presidente di Gabbiano 2.0, ente che si occupa della pulizia, della manutenzione dello stabile e della cura degli ospiti. «Lo scopo è alzarsi la mattina con un obiettivo. Cresce la stima verso se stessi e la voglia di dignità – continua Bonin -. C’era tanta violenza, verso gli altri e verso se stessi». «Prima di telefonare a casa mi devo fare due spritz per trovare il coraggio. Quando chiudo la conversazione devo farmene altri tre per digerire quello che ho sentito» ha raccontato Carlo, un omone che terrorizzava tutti. Oggi lavora e vive in una casa del Comune.«A volte passa a trovarci» conclude Bonin.

