C’era una volta la Repubblica dei partiti. Così l’aveva definita lo storico cattolico Pietro Scoppola nel suo fortunatissimo libro uscito in prima edizione nel 1991 e rieditato ampliato nel 1996. Una formula che poi è rimasta a simboleggiare una stagione politica della nostra democrazia e una sua degenerazione. Oggi quella formula appare superata e paradossalmente, uno dei problemi è che si rischia di avere una Repubblica senza partiti, o almeno nella accezione che la storia e la politologia ce li hanno trasmessi e come hanno funzionato.
Le presidenze della Repubblica di Napolitano e Mattarella con la rielezione del Capo dello Stato uscente indicano un’anomalia nel funzionamento della dinamica istituzionale. Se poi si considerano gli esecutivi degli ultimi 10 anni, si nota che a partire dal governo Monti nel 2011, le forze politiche non riescono più a esprimere un esecutivo forte, capace di durare nel tempo e incidere sull’assetto politico – istituzionale. Anche il governo Renzi del 2014, si infrange contro gli scogli del referendum istituzionale e della presunzione del suo leader toscano che aveva pensato di forzare la situazione e le regole personalizzando la competizione referendaria.
La legislatura uscita dal voto del 2018 e ancora in corso ha visto alternarsi tutto e il suo contrario fino ad arrivare (per fortuna) al governo di unità nazionale con Mario Draghi. E c’è già chi si augura che la formula duri anche dopo il 2023, anno delle prossime elezioni politiche. Più di dieci anni dopo il governo di Mario Monti i partiti si dimostrano ancora incapaci di dare una direzione certa, stabile e rassicurante al Paese. Un’analisi delle diverse forze politiche ne mostrerebbe facilmente le debolezze strutturali. Eppure, nella storia politica non esistono casi di democrazie senza partiti veri. Le forze politiche sembrano un elemento fondamentale per consentire la sussistenza di un regime democratico. Dove non ci sono abbiamo le autocrazie: dalla Russia alla Cina.
Anche i movimenti nati come espressione dell’antipolitica hanno dovuto strutturarsi come partiti. I movimenti dell’antipolitica se avevano avuto un pregio era stato quello di incanalare insoddisfazione e disincanto da parte di tanti elettori. L’aumento oggi del voto di astensione dice la delusione di molti elettori che sono incapaci di esprimere un’altra scelta.
Di fronte a questa situazione preoccupante che rappresenta un tarlo non trascurabile per la stessa democrazia, c’è da chiedersi cosa sia possibile fare. Il rischio è che a tanti vada bene questa situazione perché se nessuno vince, nessuno perde. Ma così la democrazia muore. Crediamo che due siano le strade obbligate: lavorare sulle regole e rinnovare un impegno formativo personale e comunitario affinché cittadini maturi e responsabili si mettano a servizio delle istituzioni. Sul versante delle regole c’è da spingere perché il Parlamento approvi delle norme (anche a livello di regolamenti parlamentari) che innanzitutto impediscano il tour politico dei politici che passano in modo scandaloso e senza problemi da un gruppo a un altro, magari alla fine ingrossando le fila del gruppo misto. Serve poi una legge elettorale che da un lato premi la rappresentanza, ma introduca anche elementi per contenere lo sfarinamento dei gruppi politici, condizione questa che si ottiene prevedendo soglie di sbarramento.

