«Cosa sono le stelaresse, dici? Come li chiami altrimenti i fili d’acqua che scendono dal tetto, quando manca la grondaia?». Padre Silvano Ruaro ha sia il mal d’Africa che quello di Monte Magrè. Missionario Dehoniano, 87 anni, il prete originario di Schio ama le parole di un tempo. Quindi sorride e ti interroga sui “mondigoli” e sul “ligaoro”, ma poi il discorso volge subito al tema che gli è più caro: quei 115 bambini e bambine pigmei ospitati e nutriti nel convitto di Nduye, in Congo. Una struttura che lui stesso ha voluto realizzare, giunto alla soglia delle 75 primavere. Nel 2017, quando ha iniziato, sembrava un’impresa impossibile: «Mi dicevano “lascia stare il vitto, dagli solo l’alloggio”. Ma come si fa a non nutrirli?», racconta. Del resto, l’albero piantato otto anni fa ha dato buoni frutti. Qualche mese fa – forse per la prima volta nella storia di quel territorio – quattro ragazzini e una ragazzina pigmei hanno terminato le medie e si sono iscritti alla prima superiore.
In queste settimane padre Silvano è a Schio. Classe 1938, nato in una famiglia di Monte Magrè con altri 12 fratelli e sorelle, il prete durante la permanenza vicentina dà un supporto alle parrocchie locali celebrando la Messa nell’unità pastorale. Nelle sue omelie parla agli scledensi della missione, ringraziando gli amici e i conoscenti italiani per gli aiuti che gli vengono inviati: «Sono i miei primi 56 anni di Africa», scherza don Silvano. Ma è uno scherzo fino ad un certo punto: il dehoniano è in attesa che i suoi superiori gli confermino la data di rientro in Congo, ed è già pronto. Ordinato sacerdote nel 1965, sostenuti tutti gli esami di Lettere all’Università Cattolica – «Mi mancava solo la laurea e purtroppo non completai» ricorda – il prete aveva in mente sin da giovane di partire per la missione. «Avevo saputo dell’opera di Bernardo Longo, missionario padovano ucciso a Nduye dove aveva fondato una scuola. Volevo proseguire il suo lavoro», spiega. Così, quando nel 1968 gli viene proposto di dare una mano a una diocesi in Congo per riavviare il seminario locale, il prete parte subito. Con l’intenzione di rimanere là. E in effetti, una volta completata l’opera nel seminario africano, si sposta a nord-est nella città di Manbasa, provincia di Ituri. Il suo impegno porta alla nascita e sviluppo dell’istituto superiore “Longo”, una scuola superiore che oggi ospita 1.200 studenti e che comprende liceo, meccanica, informatica, taglio e cucito e falegnameria.
Nel 2013 padre Silvano passa il testimone a un confratello congolese per la gestione e si sposta fra gli “ultimi” di quella terra: la popolazione dei pigmei della foresta di Ituri.
«A Nduye decisi di fare qualcosa di nuovo. Volevo occuparmi dei pigmei. Vivono in casupole nel folto della boscaglia, sono ai margini della società e loro stessi – spiega il missionario – hanno una visione “farsa” di sé: quando arrivai, nessuno dei loro bambini terminava le elementari. Erano così immedesimati nella loro condizione che essi stessi mi dicevano “padre non si occupi di noi, siamo pigmei”».
Tendenzialmente più bassi rispetto al resto della popolazione, ma per il resto perfettamente normali, i pigmei vivono in condizioni estreme: nelle casupole sparse nella foresta non ci sono servizi igienici né tantomeno elettricità, le famiglie non coltivano e vivono di caccia e pesca. Quasi tutti i bimbi soffrono di anemia e la mortalità infantile è molto alta: le cause sono malaria, verminosi, dissenteria. «Misi a posto un po’ di edifici e poi andai nella foresta, di capanna in capanna, a parlare con i genitori. All’inizio fu difficile».
Nel 2017 parte un convitto di bimbi maschi, nel 2019 don Silvano ne apre uno anche per le bambine. Il suo operato si svolge grazie all’aiuto di amici dall’Italia, in particolare dall’onlus Associazione sostenitori dell’opera di Bernardo Longo (info e contatti sul sito padrebernardolongo.org ). Ed oggi sono 115 in tutto i piccoli ospitati, dalla prima elementare alla terza media: tutti i giorni mangiano a colazione, pranzo e cena; si alzano alle 7 e in fila, cantando, vanno a scuola; sono vestiti e si lavano quotidianamente; nelle ore extrascolastiche fanno volontariato con i poveri del villaggio, giocano all’aperto, fanno sport e imparano canti e danze tradizionali. Se qualcuno si ammala c’è un medico che li visita, in carico a don Silvano: «Lo Stato non ci dà soldi, ma se succede qualcosa ai miei bambini devo prendermene cura» spiega il prete. Al martedì, senza forzature, viene proposto a bimbi e bimbe di partecipare alla Messa. «Fino alla terza elementare gli insegnamenti sono in kiswahili, la lingua locale, poi si passa al francese – riprende il prete – siamo molto contenti, i ragazzi prendono coscienza di sé stessi».
A settembre, quando è ripresa la scuola, tutti i bimbi che d’estate erano tornati dai genitori (alcuni vivono a 70 chilometri di distanza) sono rientrati al convitto. Solo una bimba non voleva rientrare per non lasciare mamma e papà da soli: padre Silvano è andato di persona a convincere la famiglia. Già questo è un risultato, ma per Ruaro c’è una soddisfazione ancora maggiore: «Quattro ragazzi hanno iniziato le superiori a Manbasa e pure una ragazza, Dorika, in una scuola magistrale gestita dalle suore. È un risultato importante. Sogno per loro un percorso di attività pratiche, in cui ognuno possa lavorare e costruire il proprio futuro: il buon Dio crea la strada», conclude il sacerdote.
di Andrea Alba
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