Caprioli investiti, lupi feriti dai colpi di un’arma da fuoco, uccelli sottratti al bracconaggio. Dietro gli animali che arrivano al Centro recupero animali selvatici Difesa Natura 2000, a Villabalzana, c’è quasi sempre la mano dell’uomo. Ad accoglierli, però, ci sono altre mani: quelle di una trentina di volontari che provano a rimediare al male fatto, curando ogni animale con l’obiettivo di restituirlo alla libertà. «Nessuno di noi è stipendiato, viviamo di donazioni», racconta Debora Zuriti, una delle voci che rispondono a chi trova un animale ferito e non sa cosa fare. Lei è reperibile anche di notte: ascolta, dà indicazioni, aiuta a capire come intervenire senza peggiorare la situazione.
Il centro, nato ufficialmente nel 2018, porta nella sua storia il soccorso di una capriola con le zampe posteriori ferite da una falciatrice. A salvarla fu Bertillo Conte, oggi presidente dell’associazione. Da quella vita da proteggere è cresciuto un impegno che ha trovato casa in un’area boschiva dell’ex demanio militare. «Non c’era niente. Le voliere e i box li abbiamo costruiti noi». Due container donati sono diventati spazi per l’infermeria e il primo soccorso. Il resto lo hanno fatto mani disponibili a montare reti, preparare ricoveri, pulire, accudire. All’inizio il centro si occupava soprattutto di ungulati: caprioli, cervi, daini. Poi sono arrivati altri mammiferi e uccelli, compresi quelli affidati dai forestali dopo i sequestri legati all’attività venatoria.
Tra le storie che danno forza c’è quella di una lupa con tre zampe compromesse dai colpi di un’arma da fuoco: dopo molte operazioni è tornata libera. Dietro quel ritorno ci sono cure, una degenza impegnativa e costi che pesano sulle risorse dell’associazione. Conoscere aiuta a comprende il posto di ogni specie nell’equilibrio della natura. Un equilibrio al quale sottraiamo continuamente spazio: «Le aree per il mondo selvatico sono sempre meno». Strade e urbanizzazione attraversano gli habitat, moltiplicando le occasioni di incontro e di incidente. Il rispetto passa anche da qui, dalla consapevolezza che quei luoghi sono abitati da altre vite. E quando un animale è ferito, soccorrerlo significa comprenderne la paura. «Tranquillizzarlo non vuol dire tenerlo in mano e coccolarlo, ma lasciarlo al buio e in silenzio».
Per un selvatico di piccola taglia in difficoltà, l’indicazione è contattare subito il Cras e seguire le istruzioni: una scatola di cartone al posto della gabbia, quiete, niente alimenti o rimedi improvvisati. «A volte le persone vogliono fare del bene, ma non nel modo corretto». Cresce però la sensibilità: più cittadini conoscono il centro, più sanno a chi rivolgersi. E ciascuno può contribuire. Servono donazioni, coperte e materiali per costruire e mantenere i ricoveri. «Gli animali che arrivano qui sono sempre di più, dai 100 ai 170 l’anno». Oggetti semplici, che nelle mani dei volontari diventano un riparo e un aiuto importante, fino al giorno in cui quel riparo resta vuoto, perché l’animale che lo abitava, grazie alle cure di veterinari e dei volontari è tornato nel suo ambiente naturale.
Giada Zandonà
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