«A metà marzo abbiamo effettuato un salvataggio su un’imbarcazione di pochi metri: erano in 40 su quella barchetta. Eravamo terrorizzati, temevamo si ribaltasse». Due giorni prima, in una situazione analoga – un salvataggio della guardia costiera italiana – era morto un bimbo di due anni. Caduto in mare, scomparso. A raccontare le missioni di salvataggio è Denny Castiglione, informatico di 34 anni, di Mogliano Veneto. Pc e reti sono il suo lavoro, ma per certi aspetti sono solo “la seconda attività”. La prima è quella del soccorritore, in mezzo al Mediterraneo, ormai da anni. «Sono nel team di “Mediterranea” dall’inizio, attualmente operiamo con la barca a vela perché le due navi più grandi sono sotto fermo. L’informatica? Per fortuna posso lavorare da remoto», sorride.
I “ragazzi” del team infatti sono tutti volontari. Ognuno in “Mediterranea” ha il suo lavoro: il soccorso in mare è volontariato puro. Piuttosto frequente: «Dopo quella di marzo abbiamo in programma un’altra missione prima dell’estate», spiega Castiglione, raccontando l’attività. L’ong “Mediterranea Saving Humans” è nata nel 2018, con l’obiettivo di monitorare il Mediterraneo centrale e soccorrere persone in pericolo. Si avvale delle due navi “Mediterranea” (l’ammiraglia) e “Mare Jonio”, oltre che della barca a vela Safira. Un impegno nato su impulso di Beppe Caccia e Luca Casarini. «Con la nostra associazione, Officina 31021, quando hanno comprato la nave abbiamo detto: “Ci siamo”. Io sono operativo dal 2022: ho fatto i corsi per soccorritore e sapevo già timonare. Da allora ho preso parte a ogni missione», spiega Castiglione. Ma come si svolgono?
«Non partiamo per soccorrere: le nostre sono operazioni di monitoraggio nelle acque Sar internazionali di Italia, Libia, Tunisia e Malta. Svolgiamo pattugliamenti in attesa di segnalazioni dal centralino internazionale che riceve chiamate di aiuto. Peraltro, non vengono fatte solo a noi, ma pure a pescherecci e mercantili. E alle autorità». Un supporto viene anche dal pattugliamento aereo e dai droni di ong con cui Mediterranea collabora: Pilote Volunteers, Sea-Watch, Sos Méditerranée. Le segnalazioni arrivano anche a Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera con cui i volontari non collaborano: «È complice dei respingimenti e delle catture operate dalla cosiddetta guardia costiera libica. Che non soccorre: abbiamo visto più volte questi “soccorritori” bastonare e frustare i migranti caricati in nave. Li abbiamo visti scaraventare in mare dei ragazzini. Inoltre portano le persone in Libia, che per l’Onu non è un Paese sicuro. Una violazione del diritto internazionale».
Quando a bordo della Safira o delle altre navi il team riceve una segnalazione, oppure grazie ai turni di pattugliamento inquadra col binocolo un’imbarcazione carica di persone, comunica il fatto alle autorità. «Riportiamo che siamo una nave attrezzata a dare soccorso, facciamo il calcolo della rotta per arrivare, facciamo presente che la Convenzione di Ginevra obbliga a salvare le vite – continua Denny, che a Mogliano è consigliere comunale in quota centrosinistra –; il più delle volte però la risposta è un rimpallo di responsabilità fra gli Stati. E la risposta è: “Non vi coordiniamo”. Quindi interveniamo operativamente: da un miglio di distanza lanciamo i gommoni. Il naufragio può avvenire in qualsiasi momento. Le barche sono sempre sovraffollate: 5 o 6 metri su cui stanno anche 30 persone».

Le più pericolose sono quelle con il “doppio ponte”. Nel livello inferiore spesso i soccorritori trovano dei cadaveri, morti per asfissia. Oppure si muore congelati: a metà marzo una motovedetta della guardia costiera italiana ha soccorso una nave carica di migranti «e 19 sono morti per ipotermia durante il viaggio fino alla costa, dopo tre giorni al freddo. Abbiamo sempre un medico a bordo e uno staff sanitario».
Già, ma perché adesso l’ong si avvale della barca a vela? Il fatto di operare senza coordinamento rischia di far incorrere il team in una violazione del decreto con cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nel 2023, ha dato un giro di vite ai salvataggi delle ong. «I provvedimenti vengono impugnati e vinciamo le cause. Intanto però questo rallenta le nostre attività».
A marzo, mese in cui sulle coste italiane le onde continuavano a depositare cadaveri di naufragi, la Safira ha effettuato il salvataggio di 40 persone che viaggiavano su una barchetta, tra cui 6 minori e 13 donne. «Tutti hanno detto di essere passati per i centri di detenzione in Libia, dei veri lager. Tutte hanno dichiarato di essere state stuprate. Noi non ci fermiamo – è determinato Castiglione –: i fermi alle navi andranno a terminare, prima dell’estate faremo sicuramente un’altra missione».
Andrea Alba
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