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Quel filo sottile che lega Vicenza al nuovo presidente della Cei

di Andrea Frison

C’è un filo sottile che “lega” il nuovo presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, e Vicenza. È un filo che passa per l’Africa: Zuppi infatti conosce molto bene la realtà del Mozambico e il dom Claudio Dalla Zuanna, vescovo di Beira, diocesi dove son impegnati due nostri missionari fidei donum.

È stato Zuppi, infine, a scrivere la prefazione al libro “Va’, dona la vita!” che raccoglie l’esperienza di suor Olga Raschietti, saveriana vicentina e martire missionaria in Burundi assieme alle consorelle Lucia Pulici e Bernadetta Boggian.

In occasione dell’uscita del libro, nel 2016, abbiamo raggiunto il cardinale Zuppi, all’epoca “solo” arcivescovo di Bologna, per un’intervista che vi riproponiamo.

Matteo Zuppi: «In suor Olga e nelle sue consorelle la forza della mitezza»

Una testimonianza che “ci incoraggia a non accomodarci mai con la mentalità del male e ad affrontarlo con l’unica forza capace di sconfiggerlo: la mitezza del cristiano”. Così monsignor Matteo Zuppi conclude la sua prefazione del libro Va’, dona la vita, che raccoglie scritti e testimonianze di Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian, le tre missionarie saveriane assassinate nel settembre del 2014 a Bujumbura, in Burundi.

Matteo Zuppi, 61 anni, romano, dal 2000 è assistente ecclesiastico della comunità di Sant’Egidio. Nel 2012 è nominato da Papa Benedetto XVI vescovo ausiliare di Roma e nel 2015 Papa Francesco gli affida la diocesi di Bologna.

Eccellenza, cosa l’ha colpita di più della vicenda di suor Olga Raschietti e delle sue consorelle?

«La volontà di rimanere in Africa. Conosco la realtà del Burundi, seguo da vent’anni le vicende di quel Paese, segnato da un livello di violenza terribile. Eppure, nonostante questo e nonostante l’età avanzata, le tre saveriane hanno voluto e chiesto tornare in Africa e rimanere in Burundi. Certo, nessuno si aspettava un epilogo così tragico, ma questa volontà di restare è tipica dei martiri».

Un altro Paese africano che conosce bene è il Mozambico, dove la nostra diocesi inizierà a breve una nuova missione nella diocesi di Beira.

«Conosco bene Beira, come conosco bene il suo vescovo, monsignor Claudio Dalla Zuanna. Il Mozambico è stato attraversato da una guerra civile che ha provocato un milione di morti. Ma ha rappresentato anche un modello importante di soluzione dei conflitti. E questo, grazie alla mediazione “atipica” della comunità di Sant’Egidio, che si è mossa in sinergia con il Governo italiano e le Nazioni Unite. L’accordo che è nato durante quel confronto, tra il ’90 e il ’92, è stato applicato e ha portato ad oltre vent’anni di pace e sviluppo. L’attuale situazione di conflitto ha gli stessi attori di allora, è vero, ma la realtà sociale è profondamente cambiata. Speriamo che i mozambicani scelgano la via del dialogo».

Recentemente, anche la Chiesa di Bologna ha segnalato il problema del calo di vocazioni e dell’aumento dell’età media del clero diocesano. Come si concilia l’apertura missionaria con questa “povertà” di risorse umane?

«Vincendo la tentazione di chiudersi, che è la prima tentazione in cui incorriamo, quando ci sono delle difficoltà. Questa è proprio l’intuizione di fondo di Papa Francesco e ci deve portare a pensare ad una Chiesa ministeriale. Non esiste solo il carisma del presbitero, il Concilio ci invita a scoprire tutti i ministeri presenti nella Chiesa».