Vivere la stessa condizione non appiana le differenze, anzi, le amplifica. Anche tra i senza fissa dimora ci sono diversità e divergenze, esiste una gerarchia, “classi sociali”, i bravi e i delinquenti, i buoni e i cattivi. Il razzismo e gli stereotipi abitano anche tra gli ultimi. Lo impariamo una sera, tardi, in giro per Vicenza con l’Unità di strada del Cisom, Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta che ci ha dato ospitalità.
È mercoledì. Ogni giorno della settimana è coperto da un gruppo di volontariato diverso. Un gioco di squadra ben organizzato, di concerto con i Servizi sociali. «Ieri (martedì 30 luglio per chi legge) era il turno dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII che solitamente il mercoledì pomeriggio mi chiama per aggiornarmi sulla situazione e per segnalarmi necessità particolari trovate la sera prima: ferite, new entry», spiega la volontaria responsabile dell’Unità di strada del Cisom di Vicenza Rosanna Rossi. «Ci fermiamo ai bisogni primari: cibo, coperte per dormire comodi, vestiti per cambiarsi, medicine, senza farsi mille domande», racconta il vice capo gruppo dell’Ordine di Malta di Vicenza Giuseppe Pasqualotto. «L’obiettivo finale è toglierli da questo inferno, ma non è semplice» aggiunge Rosanna.
Il giro
In una sera, indicativamente dalle 21 alle 23, ne incontriamo una quindicina in centro storico, tra cui quattro sotto i portici di Monte Berico. Stando ai dati dell’assessorato al sociale del Comune di Vicenza in totale i senza tetto in strada sono poco più di una trentina, numero stabile. Il giro comincia davanti all’Albergo cittadino in contrà San Marco, ci muoviamo ad anello: contrà Porti, piazza Matteotti, contrà Barche, piazza delle Erbe, piazza dei Signori, piazza Duomo, Campo Marzo, per poi tornare al punto di partenza.
Gli incontri
Gli operatori, tutti volontari, hanno imparato gli angoli sconosciuti, le cavità dimenticate, le alcove all’aperto. «Li conosciamo tutti – continua Rosanna -, anche se a volte usano nomi diversi in base alle unità di strada che incontrano. Noi, confrontandoci, capiamo che si tratta della stessa persona». È un modo per proteggersi. E noi, che vogliamo proteggerli, useremo solo le iniziali.
C. è steso su una panchina in piazza Matteotti, sotto le stelle che questa sera non brillano. Ha delle brutte piaghe alle caviglie, necessita di cure. La ferita spurga sotto la fasciatura. «Devi portarci gli esami del sangue», gli dice Paolo Soave, volontario di Caracol, affiancato da Marilina Bolcato, entrambi medici di base in pensione. «Domani ho appuntamento a Villa Berica per la medicazione, puliscono con un cucchiaino, c’erano i vermi» risponde G. con accento vicentino. «Ti hanno dato gli antibiotici? Sei diabetico?». «No, prendo le mie solite pastiglie». «Avete una maglietta?». «Bella grazie».
Per alcuni la strada è una palude in cui si sprofonda ogni giorno di più. Non tutte le mani sono amiche. Dai volontari arriva una fetta biscottata, un the caldo in un bicchiere di plastica e un sorriso. Una brioche confezionata in una sporta trasparente. Dagli altri ti aspetti la coperta rubata, gli insulti per lo spazio occupato, il borsello sparito. «Buonanotte G., ricorda gli esami del sangue mercoledì prossimo». «Ma mi rubano pure quelli». «Ma no, è un foglio di carta, mettilo dentro la borsa». «Qui sparise tuto».
Ci addentriamo in viuzze secondarie. A volte troviamo corpi stesi, altre volte giacigli vuoti. «Arrivano più tardi» spiega Rosanna. La strada stanca. «Potrebbero mangiare al Mezzanino, farsi la doccia e dormire alla Caritas, ma molti decidono di non farlo». Giorno dopo giorno non hanno più la forza di fare niente. Prendono il sopravvento i meccanismi dell’abitudine, non la volontà.
R. era entrato in Caritas, poi è tornato in strada. «Il pittore stasera c’è?» chiede il medico Soave. «Vado a vedere».
Le vere piaghe non sono nelle caviglie di G., ma nelle dipendenze. Quando sono in astinenza l’alcol scivola appiccicoso in gola. Un colpo di tosse, un po’ di fiato, e giù ancora.
Molti hanno schifo di se stessi, si percepisce, altri ci tengono al pudore. P. è rumeno e ha gli occhi buoni. È sobrio. È steso su un’aiuola. «Sono in mutande, scusate» dice coprendosi. «Ho provato ad andare all’Albergo cittadino – racconta-, ma qui respiro meglio. Voglio lavorare, ho contattato due agenzie interinali, ma nessuno vuole darmi lavoro». Che lavoro sai fare? «Raccogliere frutta». «Avete calzettoni per piacere?».
«Signori gavìo visto Mario?» si sente dalla panchina vicina. P. se la ride: «Quello parla tutta la notte da solo».
In Piazza dei Signori i senza tetto escono dai buchi nascosti della città come formiche. È il popolo della notte a cercare i volontari. Chiedono magliette, pantaloni, cibo. «Dolce o salato?», come in aereo. Tutti preferiscono il primo. Lo zucchero conforta.
La musica è alta, c’è uno spettacolo in una piazza del centro, corpi che si muovono a tempo, tanto pubblico, chiacchiere in un gran chiasso. Forse a vedere come funziona questa società non viene di certo la voglia di tornarci. P., indiano, ha male ai denti. Si spiega a gesti, toccandosi la parte destra del viso. Il dottore apre la borsa medica. «Prendi queste», dice allungandogli un paio di tachipirine. «Posso fare flebo e medicazioni, diamo soprattutto antipiretici e antinfiammatori». J., probabilmente marocchina, aveva trovato per un po’ accoglienza dalle suore. Poi è tornata in strada. Lavori? «Sì, faccio il lavoro peggiore». Il più antico del mondo, intuiamo noi.
Si riconoscono e si etichettano tra loro. «Gli indiani sono disordinati. Gli europei si lavano, hanno pudore». Come G., polacco. Il suo zaino e più pulito di quelli di tanti adolescenti. Ogni anno andava in Polonia a trovare la mamma. Poi è morta. Si dava una sistemata, non voleva farle sapere che viveva per strada. Riordinava le sedie dopo la Messa nelle chiese del centro per racimolare due soldi. «C’è brava gente anche tra di noi – dice -. A settembre andrò a Trento. Amici volontari mi hanno trovato un posto dove non ci sono i marocchini, a me non piacciono, là sono tutti come me».
Campo Marzo
Anche i buchi neri hanno delle regole, ma non a Campo Marzo, in ostaggio questa sera di alcuni migranti africani. La situazione è drammatica. Giovani si drogano vicino agli alberi e ai cespugli. Un senza tetto di colore in bicicletta è visibilmente alterato. Impreca, urla contro di noi, pensa che siamo la polizia. Pretende the e da mangiare. Euforico, è fuori controllo, sfreccia su e giù lungo il viale alberato. Litiga con altri senza tetto. Arrivano altri due a chiedere cibo. Passa un altro in bici, più giovane, si ferma davanti alla scena: «Stasera va così – dice – anche se non dovrebbe andare così», scuote la testa.
Troviamo un po’ di speranza nella storia di V., vicentina: a fine 2023 ha partorito la sua bambina vivendo in strada, facendosi ogni giorno di eroina. «L’abbiamo seguita per tutta la gravidanza – racconta il medico Soave -. Ora vive in una comunità di ragazze madri. Anche il compagno, padre della piccola, sta cercando di disintossicarsi». «È l’unica storia di rinascita che posso raccontarle».
Marta Randon
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