«Ci serve una barca più grossa». È una delle battute più celebri del film “Lo Squalo” di Steven Spielberg, pronunciata dal protagonista nel momento in cui si rende conto che lo squalo bianco a cui sta dando la caccia è un “mostro” lungo otto metri.
Passiamo dal cinema alla politica internazionale: che il mondo stia affrontando acque pericolo se è fuori discussione, ma l’Unione Europea? È una barca sufficientemente “grossa”? Bernardo Cortese, professore ordinario dell’Università di Padova e docente di Diritto dell’Unione Europea coltiva più di qualche dubbio. «Siamo di fronte al rischio di gravi instabilità, qualcosa a cui l’Ue non è costituzionalmente capace di dare una risposta perché gli Stati membri hanno voluto mantenere un meccanismo di cooperazione intergovernativa che si annulla quando nel loro posizioni non sono allineate».
Professore, la nuova Commissione europea è di ventata operativa il primo dicembre scorso, dopo un difficile periodo di trattati ve. Perché?
«Il modo in cui la nuova Commissione è venuta alla luce è la spia di un problema di fondo: la politica nazionale influenza le scelte europee in maniera sproporzionata. Si è manifestata una spaccatura fortissima nelle consuetudini che si erano consolidate negli ultimi anni».
A cosa si riferisce?
«Mi riferisco al ruolo crescente del Parlamento europeo che, nei fatti e ferme restando le regole vigenti, ha avuto negli ultimi anni la capacità di influire in modo significativo sulla legislatura. È bene ricordare che il Parlamento europeo è colegislatore, non ha il potere legislativo che spetta alla Commissione. Tuttavia, negli ultimi anni abbiamo assistito a qualcosa che si è avvicinato al rapporto di fiducia che esiste tradizionalmente tra parlamenti e governi. Questo percorso si è interrotto in maniera significativa. Le logiche interne ai singoli Paesi hanno forte mente influenzato le scelte dei partiti in Europa. Ma il baricentro delle decisioni non può essere questo».
Che rischi vede?
«In una situazione che vede una Commissione composta da persone indicate da partiti euroscettici, c’è il rischio che la prossima legislatura sarà poco efficace, che non porterà avanti iniziative forti e chiaramente definibili e che si limiterà ad amministrare l’esistente».
Eppure, la situazione internazionale richiederebbe ben altro. Anche alla luce del recente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, molti osservatori parlano di un’occasione per l’Europa di trovare la propria strada.
«L’Unione dovrebbe difendere con fermezza i suoi valori e il suo modo di essere diverso da quello delle autocrazie. La situazione internazionale rischia di trasformarsi in qualcosa di incendiario, a partire dalle mire espansionistiche della Cina finora contenute dagli Usa o dalle iniziative di Putin nell’Europa orientale. Purtroppo è qualcosa a cui l’Ue non è capace di dare una risposta perché gli Stati membri hanno voluto mantenere un meccanismo di cooperazione intergovernativa che si annulla quando nel loro posi zioni non sono allineate».
Come immagina che si svilupperà il rapporto con gli Stati Uniti?
«Il rischio di una guerra commerciale è molto elevato, le posizioni annunciate da Trump andranno in conflitto con le regole europee che, per essere difese, hanno bisogno di una Commissione forte. E non è neanche l’unico problema: abbiamo visto gli interventi a gamba tesa della Russia nelle elezioni in Moldavia e Romania, la Francia è in crisi, la Germania andrà al voto in febbraio, molti governi nazionali sono spaccati, la Polonia sta vivendo una crisi costituzionale, in Paesi come l’Italia, come avvenuto con il caso dei trasferimenti in Albania, viene messo in discussione l’ordinamento giuridico europeo… È il sintomo di qualcosa che sta pericolosa mente oscillando. Se i grandi Paesi abbandonano le scelte di fondo, l’Ue non sta più in piedi».
Ci serve una barca più grossa? È sufficiente superare i problemi “costituzionali” dell’Ue? «In parte. I problemi sono di due tipi: costituzionale e di coerenza dell’orientamento politico. È vero, servirebbe una barca più grossa. Ma sarebbe già tanto rendersi con to che siamo tutti sulla stessa barca».
Andrea Frison
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