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Un raggio di luce nel buio dell’inverno. Il Natale di Mario Rigoni Stern

24 Dicembre 2021
in Cultura, In primo piano
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Un raggio di luce nel buio dell’inverno. Il Natale di Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern disegnato da Tiziano Gianesini (Breganze Comics, www.tizianogianesini.it)

“A nadal un passo de gal, all’epifania un passo de stria”. Come ricorda questo antico proverbio veneto, passato il solstizio d’inverno del 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, le giornate cominciano ad allungarsi e a muovere piccoli passi, via via più grandi, verso la primavera. Mario Rigoni Stern, lo scrittore asiaghese di cui lo scorso primo novembre abbiamo ricordato i cento anni dalla nascita, è sempre stato attento anche al più insignificante segnale di questa ‘energia vitale’ nascosta nel gelo invernale che avvolge i boschi dell’Altipiano o in quello che ghermisce i corpi e i cuori degli uomini nascosti in un caposaldo sul Don.

Non c’è quindi da stupirsi se il Natale ha trovato un posto di rilievo nell’opera di Rigoni Stern. A partire da “Il sergente nella neve”, dove gli alpini del battaglione Vestone sembrano vivere un Avvento di segno opposto a quello evangelico: scavare camminamenti, fortificare le postazioni, tenere pronte le armi, occupano il tempo dei soldati in attesa dell’attacco russo. Ma lo scambio di auguri tra ufficiali e soldati, i pacchi di pasta e i fiaschi di vino come dono, la polenta cucinata negli elmetti, sono i piccoli gesti di umanità che nemmeno la guerra riesce a spazzare via. Come la cartolina di un presepio, ricevuta da un’amica, che Rigoni Stern racconta di aver appeso ai pali di sostegno del bunker. Quando si conclude la prima parte del romanzo con l’inizio della tragica ritirata di Russia, il sergente Rigoni è l’ultimo a lasciare il caposaldo: “Incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio. Nella mia tana, inchiodato ad un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandatola ragazza per il giorno di Natale”. Ciò che Rigoni Stern si lascia alle spalle è anche ciò che spera di raggiungere: il calore della luce dopo il freddo buio della guerra. Una rinascita, quindi, che sembra tingersi di connotati cristiani.

L’impressione si rafforza leggendo “L’anno della vittoria”,il coinvolgente racconto dei profughi della Prima guerra mondiale che nella primavera del 1919 risalgono sull’Altipiano mutilato dai combattimenti dove la vita è tutta da ricominciare. Anche in questo caso lo sguardo di Mario Rigoni Stern ha qualcosa di penetrante capace di non fermarsi alla superficie. Leggendo “L’anno della vittoria” sembra di assistere alla costruzione di un presepio: un po’ alla volta il paesaggio ritrova forma e nomi, si aggiungono personaggi, strade, case, locande… Ed è proprio dedicata al presepio una delle ultime scene del romanzo, un presepio povero, realizzato ritagliando i personaggi disegnati su un foglio e incollandoli sul cartone, ma che fa la felicità della piccola Nina, la sorella del protagonista del romanzo, Matteo: la bambina, si legge nel libro, “accompagnava tutti quanti incontrava, grandi e piccoli, a farlo mirare. Spiegava a loro i personaggi, che cosa stessero facendo. Per lei non c’era differenza tra quello che era accaduto in tempi lontani e quello che accadeva ora. A ogni figurina aveva dato un nome: la Madonna era sua madre, San Giuseppe il vecchio Tana, il Bambino il fratellino che doveva nascere; quell’uomo alto con il cappello in mano e il bastone che stava pensieroso davanti alla capanna era suo padre, il nonno quel vecchio con l’agnello sulle spalle; il fratello Matteo era lo spaccalegna”. Il fratellino (o la sorellina?) atteso da Nina e Matteo arriva a conclusione del libro, come la statuina di Gesù Bambino è l’ultima a venire collocata nel presepio, in una di quelle che è tra la pagine più belle tra le tante scritte dall’autore.

Nei “natali” qui ripresi e in molti altri che si possono incontrare nel vasto “universo narrativo” di Rigoni Stern si scorge una fede silenziosa e paziente, mai ostentata, che traduce nel linguaggio della natura l’annuncio della buona novella: “Quando gli uomini vivevano con la natura – scrive Rigoni Stern in “Arboreto salvatico” -, nel tempo dell’anno in cui il Sole tornava a salire nel cielo, sentivano di dover festeggiare il grande avvenimento adornando un abete nella foresta. Poi, dal Paese dove il mare non gelava mai, un giorno arrivarono alcuni uomini ad annunciare la grande novella: era nato Uno che portava la luce. La luce dentro di noi, non fuori di noi. Così per festeggiare quest’Uomo unirono la sua nascita alla festa del Sole”.

Ancora una volta Rigoni Stern va a toccare temi cari alla fede cristiana che fanno risuonare le parole del prologo del Vangelo di Giovanni che lo stesso Rigoni Stern ha raccontato di “abitare” : “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo“. Quella luce che ‘il sergente nella neve’ riusciva a scorgere anche nel cuore dell’inverno.

Un raggio di luce nel buio dell’inverno. Il Natale di Mario Rigoni Stern

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