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Un ddl che spacca, Chiesa e politica alla prova dell’omofobia

Sono giorni decisivi per decidere il destino del controverso disegno di legge. Il 13 luglio la probabile discussione in Senato. Il tempo per la mediazione, volendo, c'è. Il punto più controverso è l'art 4.
L'aula del Senato
di Andrea Frison

Sono i giorni decisivi per capire se l’iter legislativo per la conversione del ddl Zan in legge spaccherà la Chiesa, il Paese e il Governo. Perché il testo che propone “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità (grande trascurata nel dibattito, ndr)” sembra quella tesserina del domino che fa cadere tutte le altre.

Scrivere del ddl Zan è trattare una materia incandescente, lo sforzo è capire quali sono gli elementi in gioco. Il primo, più facile da decifrare, è quello politico. Il ddl Zan è eredità del governo Conte 2, quindi a trazione Pd-M5S. Oggi il quadro politico è cambiato, visto che il Governo Draghi si regge con il concorso del centrodestra. Mentre il M5S vive giorni di difficile travaglio (come ne uscirà è storia a parte, ma non è detto che non avrà conseguenze su quella di cui scriviamo), sul testo è muro contro muro soprattutto tra Pd e Lega. In questi giorni in agenda ci sono alcuni passaggi da tenere d’occhio: l’esito del confronto di mercoledì 30 giugno e soprattutto il voto in aula del 6 luglio per calendarizzare e discutere il testo il 13 luglio in Senato. Enrico Letta, segretario del Pd, ha affermato di voler portare in aula il testo così com’è. Matteo Salvini ha espresso disponibilità al dialogo, respinta dal centrosinistra. I casi, quindi, sono due: o il muro contro muro proseguirà con tutte le conseguenze che verranno (toccherà a Draghi rimettere insieme i pezzi), o la mediazione sul testo si svolgerà in extremis una volta che il Pd avrà intascato la discussione in aula per il 13 luglio. Saranno quindi sette giorni di fuoco che però potrebbero avere un esito non da poco: portare il centrodestra, la Lega di Salvini in particolare, su posizioni ben più distanti da quelle dell’ungherese Orban, come notava Marco Iasevoli su “Avvenire” nei giorni scorsi.

Che il ddl Zan sia una legge scritta male è ormai un fatto noto a tutti. E nel campo del diritto penale una legge scritta male diventa una legge pericolosa. Gli articoli più problematici sono l’art. 1, l’art 4 e l’art. 7 del ddl. Ed è su questi che potrebbe concentrarsi il confronto tra le forze politiche. L’art. 1 introduce “ai fini della presente legge” le definizioni di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere utilizzando “concetti vaghi – come sottolineato da Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale – che possono aprire ad eccessi interpretativi in sede giurisprudenziale”. L’art. 7 istituisce la Giornata contro l’omofobia nel giorno 17 maggio, e qui è tutto da discutere il fatto che una tale iniziativa debba essere contenuta in una norma di diritto penale. Ma il passaggio più controverso è l’art. 4, quello che secondo alcuni metterebbe in discussione il principio della libertà di espressione. La legge, infatti, non si applica alla “libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte” purchè queste non determinino “il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Anche in questo caso, tocca al giudice appurare la pericolosità o meno delle idee espresse correlando “l’effettivo e concreto realizzarsi del pericolo all’espressione da altri utilizzata, e stabilire in secondo luogo che quest’ultima era effettivamente idonea alla realizzazione del pericolo”, come ha scritto su “il Regno” il giurista Emanuele Rossi in un approfondito articolo nel quale ipotizza che sulla base di una legge come il ddl Zan difficilmente si arriverebbe a sentenze di condanna e che il legislatore sia ricorso allo strumento del diritto penale “per favorire una cultura di non discriminazione, o meglio d’accettazione sociale di certi comportamenti e situazioni” puntando su denunce ad alto “effetto mediatico”.

È alla luce di queste constatazioni che si comprendono le preoccupazioni espresse dalla Conferenza episcopale italiana, fin da tempi non sospetti, e più recentemente dalla contestata nota verbale della Segreteria di Stato Vaticana (vedi box). Il 10 giugno 2020 (esattamente un anno fa) la Cei si diceva preoccupata per le “derive liberticide” della conversione in legge del ddl Zan e che queste portassero, per esempio, a “sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso”. Un rischio che secondo la Segreteria di Stato andrebbe ad “incidere negativamente sulle libertà assicurate” alla Chiesa cattolica dal Concordato tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano del 1984. 

Alla diffusione della nota verbale (strumento di norma riservato, peraltro, nelle prassi diplomatiche) il dibattito pubblico è esploso, dentro e fuori la Chiesa, appiattendo al ruolo di “omofobi” quanti hanno espresso critiche sul ddl Zan e tacciando il Vaticano di ingerenza dimenticando, al di là delle posizioni espresse, la non contrarietà dei Vescovi alla legge e la semplice richiesta di maggiore confronto sull’argomento. Confronto sui temi del ddl di cui anche la Chiesa e i cattolici hanno bisogno. Toccherà alla politica, ancora una volta, rimettere insieme il Paese. Se ne avrà l’interesse, se ne sarà capace. Lo sapremo il 13 luglio.

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