In campagna elettorale il Presidente americano Donald Trump era riuscito a guadagnarsi il favore degli elettori promettendo di rifare grande il proprio Paese. Una volta insediatosi alla Casa Bianca, ha proseguito su quella via, fatta di un misto di autosufficienza isolazionistica, depotenziamento delle organizzazioni internazionali e perseguimento degli interessi nazionali attraverso l’affermazione del bilateralismo nei rapporti internazionali. Dirette conseguenze sono la denuncia dell’ipertrofia burocratica e della conseguente inefficienza di istituzioni quali le Nazioni Unite, ma anche la volontà di liberarsi dei lacci vincolanti di trattati commerciali come il Nafta, con Canada e Messico, o il Tpp, con l’area dell’Estremo Oriente, quest’ultimo non ratificato.
Sul piano militare diventano compatibili le accuse agli alleati europei di non contribuire in maniera adeguata al finanziamento della Nato, messa sotto accusa per il suo ruolo obsoleto, non al passo con i mutamenti strategici e geopolitici che starebbero avvenendo su scala mondiale. I soggetti con cui confrontarsi direttamente, per il Presidente Trump, sono la Cina, proiettata a diventare la principale antagonista della superpotenza americana, e la Russia di Putin, con cui, invece, ricercare un’intesa la più ampia possibile.
Nei nuovi scenari, da lui immaginati, l’Unione europea sarebbe destinata a scivolare irrimediabilmente verso un piano di crescenteirrilevanza, meglio dunque dialogare con i singoli stati europei, in particolare il Regno Unito, di cui ha particolarmente apprezzato la svolta storica della brexit (l’uscita dall’Unione europea).
Il quadro generale dell’ideologia del nuovo presidente americano ruota attorno all’idea che sia giunto il momento in cui gli Stati Uniti dovrebbero difendersi dalle gravi minacce esterne allo loro sicurezza, sul piano economico-commerciale, politico, culturale e militare-terroristico. Alla fine del suo primo anno di mandato, vanno dunque lette in quest’ottica le principali iniziative che ha assunto all’interno e in politica estera.
La Corte Suprema ha dichiarato costituzionale, dopo un lungo, tortuoso e contrastato percorso giuridico, il bando che pone stretti limiti agli ingressi negli Stati Uniti di cittadini di Paesi musulmani considerati ad alto rischio terrorismo, a cui si aggiungono Venezuela e Corea del Nord. Il prolungamento del muro al confine col Messico, invece, rimane ancora nell’ambito degli annunci propagandistici.

La proiezione esterna della difesa della sicurezza nazionale ha i suoi capisaldi in Medio Oriente e Corea del Nord. Trump ha già chiaramente invertita la politica del suo predecessore Obama nei confronti dell’Iran e degli equilibri con il mondo arabo sunnita. L’accordo sul nucleare iraniano è stato denunciato come un atto ingenuo e pericoloso che aprirebbe spazi enormi alla politica di riarmo del regime di Teheran, compromettendo ulteriormente la stabilità della regione. È stata di conseguenza ribadita con forza la storica vicinanza degli Stati Uniti all’intera galassia musulmana sunnita, dall’Egitto all’Arabia Saudita, nell’ottica di una nuova grande alleanza, che coinvolgerebbe anche Israele, contro le mire espansionistiche degli sciiti iraniani, accusati di fomentare il terrorismo musulmano.
Qui si possono notare le prime increspature e incoerenze nel quadro organico della lineapolitica della nuova amministrazione,
che dimentica innanzitutto la minaccia costituita dallo Stato Islamico, finanziato e sostenuto dai sunniti e combattuto dagli sciiti. Inoltre, il riconoscimento potenziale di Gerusalemme quale capitale unica di Israele, avvenuto con la decisione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv, potrebbe rendere più difficile le aperture dell’Arabia Saudita ad Israele, oltre ad esacerbare il clima nei territori occupati palestinesi e nella Striscia di Gaza.
Insomma se Trump in un primo momento si era sbilanciato per orientare contro il comune nemico iraniano le forze di tutti i suoi alleati mediorientali, subito dopo ha oggettivamente creato le condizioni per aprire nuovi varchi all’Iran e ai suoi alleati, cioè il regime siriano e gli sciiti libanesi di Hezbollah.
Di questa confusione ideologica e operativa potrebbe approfittare il Presidente russo Putin, che dallo scoppio della guerra civile siriana ha sempre dimostrato, all’opposto, grande coerenza e chiarezza di idee. La questione palestinese, a lungo adombrata dalle guerre in Iraq e Siria, potrebbe così riemergere in primo piano, avvicinando anche la Turchia, membro strategico della Nato, al fronte sciita antisraeliano.
Sul nucleare nordcoreano Trump finora ha mostrato di non riuscire ad oltrepassare l’inconcludenza delle minacce verbali. Il dittatore Kim Jong Un prosegue imperterrito nella sua corsa al riarmo, senza che nessuno, incluso l’alleato storico cinese, (sembra) possa fare alcunché. Ammesso che Pechino sia veramente e seriamente intenzionata a intervenire, considerato il ruolo costitutivo della Corea del Nord in funzione antiamericana in un’area, quale il Mar Cinese, dove si acuiscono i contenziosi sulle rotte commerciali e le sovranità territoriali.
Certamente quello che si può sostenere è che il peso e la potenza degli Stati Uniti nel mondo non sono cresciuti nel primo anno di amministrazione Trump, il quale può comunque consolarsi con la crescita economica interna e l’approvazione al Congresso della sua riforma fiscale, che abbassa notevolmente le imposte alle imprese e ai ceti sociali alti, sempreché le indagini sui rapporti ambigui con la Russia dei suoi consiglieri attuali e passati non arrivino a compromettere anche il residuo consenso popolare di cui sembra ancora godere.


