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Home Veneto 2020

Stravince la lega di Zaia, al centrosinistra rimangono macerie

25 Settembre 2020
in Veneto 2020, In primo piano
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Stravince la lega di Zaia, al centrosinistra rimangono macerie

Luca Zaia, confermato per il terzo mandato

In Veneto, alla vigilia del voto di domenica sembrava tutto già scritto. In realtà non proprio tutto osservando quanto è uscito dalle urne dopo il voto per le Regionali di domenica e lunedì. Era già scritta, infatti, la riconferma per il terzo mandato di Luca Zaia. Non era invece scritta la dimensione del suo successo. I sondaggi davano il leader leghista molto avanti, ma pochi avrebbero scommesso sul 76,79 per cento finale che fa del trevigiano Luca Zaia il presidente di regione più votato di sempre. Tra gli altri governatori solo Vincenzo De Luca in Campania sfiora il 70 per cento dei voti, mentre gli altri sono tutti sotto il 60 per cento. Se poi si va a vedere dentro ai numeri il risultato colpisce, se possibile, ancora di più. Cinque anni fa Luca Zaia contro Alessandra Moretti era andato appena (si fa per dire) al di sopra del 50 per cento dei consensi (50,09). Questa volta, dunque, ha aumentato il risultato di ben 26,7 punti. In termini assoluti ha aumentato di 775mila voti. La Lista Zaia è passata dai 427mila voti del 2015 ai 915mila del 2020. Il successo politico del governatore ha poi, ovviamente, trascinato tutta la coalizione. È aumentata la Lega di Salvini di circa 18mila voti, mentre Fratelli d’Italia ha aggiunto ai 48mila voti del 2015 altri 148mila passando dal 2,6 dei consensi al 9,55. Sicuramente parte di questi voti alle tre liste sono arrivati da Forza Italia, unica lista che perde consensi scendendo dal 5,97 del 2015 al 3,56 delle regionali 2020, lasciando per strada quasi 40mila voti. 

Il successo di Luca Zaia è dovuto a tanti fattori e sicuramente anche alla scelta portata avanti con ostinazione di non dare mai spazio a ipotesi di una sua concorrenza con Matteo Salvini. Anche subito dopo che è stata chiara la dimensione del risultato il Governatore del Veneto si è preoccupato di ribadire il concetto: il suo lavoro è in Veneto, non gli interessano altri scenari. A questo riguardo al di là di Luca Zaia ci sono i fatti che parlano: la Lega di Zaia vince (anzi stra-vince) mentre quella di Salvini arranca (nel senso che i due assalti che dovevano essere decisivi per il futuro politico della Lega e sopratutto di Salvini (l’Emilia e la Toscana) sono falliti. Le ambizioni smisurate del “capitano” leghista sembrano averlo reso miope. Forse una delle (tante) differenze tra il veneto Zaia e il lombardo Salvini sta proprio in questo: il senso della misura. 

Tutt’altra storia nel campo avversario. Che la partita fosse impossibile erano consapevoli probabilmente quasi tutti, che il centrosinistra potesse fare peggio del risultato di cinque anni fa erano in pochi a pronosticarlo. Il centrosinistra guidato da Arturo Lorenzoni ha toccato il 15,72 per cento e ha lasciato per strada rispetto al già magro risultato di cinque anni fa qualcosa come 118mila voti. Il Pd ha perso circa 64mila voti toccando l’11,91 (l’11,1 nel Vicentino) rispetto al 16,66 per cento del 2015. Le altre liste sono state letteralmente polverizzate. Il Movimento 5 Stelle ha raccolto un misero 3,25 per cento di voti (11,88% nel 2015) che conferma lo stato di crisi politica generalizzata in cui versa il Movimento. Tutte le altre liste sono state sotto l’1 per cento e non eleggono alcun consigliere. Anche in Veneto si conferma il risultato negativo generale di Italia Viva che con la candidata Daniela Sbrollini raccoglie uno striminzito 0,62 per cento. 

Dalle une dunque non si intravvede un’alternativa credibile al centrodestra veneto. All’orizzonte per il momento si vedono solo macerie. Le forze di opposizione, in particolare il Centrosinistra dovranno trovare il coraggio per un’approfondita e coraggiosa verifica che consenta di andare alle origini di una carenza di progetto politico che dura oramai da decenni, di azzerare la situazione e ripartire su basi nuove. Sei il Centrosinistra non deciderà di attraversare un deserto che chiederà tempo, fatica, studio e capacità innovativa, Zaia e chi verrà dopo di lui, potrà dormire sonni tranquilli. 

Al di là delle specificità del voto veneto ci sono alcuni elementi generali che vale la pena di segnalare. Innanzitutto la buona affluenza alle urne: a livello nazionale 53,84 per il referendum e 53,15 per le regionali (il Veneto ha toccato il 61,15%). È un segnale importante e non scontato che indica comunque l’interesse della maggioranza degli italiani rispetto  a passaggi istituzionali di grande valore (quali le elezioni) per la vita della propria comunità.

L’altro elemento di grande significato è che queste elezioni hanno sancito quello che era diventato evidente durante tutto il lockdown e che lo continua ad essere con riferimento alla pandemia. I governatori hanno assunto in questi mesi un ruolo proprio, che va oltre il partito di riferimento. In questi mesi il ruolo della Conferenza Stato – Regioni è aumentato notevolmente e il dialogo istituzionale (pur con qualche sbavatura è cresciuto). C’è da augurarsi che questo aiuti a sviluppare finalmente delle riforme che consentano un maggiore equilibrio tra i vari livelli istituzionali. Il risultato delle regionali è stato peraltro condizionato dalla pandemia. I governatori hanno infatti assunto un ruolo fondamentale agli occhi degli elettori e certamente questo ha influito sul risultato finale. 

Oltre al Veneto il centrodestra conserva la Liguria con Toti e conquista le Marche con Acquaroli. Il Centrosinistra mantiene la Campania con De Luca e sopratutto la Puglia con Emiliano e la Toscana con il nuovo presidente Giani. Sono queste due ultime regioni in particolare a far pendere la bilancia verso la maggioranza governativa e in particolare il Pd che esce rinfrancato dalla tornata elettorale. Una seria riflessione si impone invece in casa dei Cinque Stelle  che escono dalla prova elettorale con le ossa rotte. Perdono dove corrono da soli e non sono determinanti dove si alleano con il Pd. Il successo del referendum non può certo nascondere una crisi che oramai cova da tempo e che potrebbe avere anche seri riverberi sulla solidità dell’esecutivo Conte. 

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