
Il cammino sinodale della Chiesa italiana sta vivendo la fase di ascolto, decisiva per tutto il proseguo del percorso. Alla vigilia della Festa della donna è significativo dedicare un’attenzione particolare per cogliere quello che è lo sguardo femminile su questa esperienza così importante per la nostra Chiesa. La voce femminile è tra quelle poco ascoltate nelle nostre comunità? Se sì perché? Cosa si può fare per crescere nella dimensione dell’ascolto? Per queste e altre questioni abbiamo sentito Assunta Steccanella, sposata, tre figli, teologa pastoralista, dal dicembre 2020 pro-direttrice del Ciclo di specializzazione della Facoltà Teologica del Triveneto.
Professoressa, possiamo dire che le donne sono tra le realtà verso le quali c’è stata una mancanza d’ascolto nella Chiesa?
«Possiamo dire che c’è una carenza d’ascolto, ma dobbiamo capire cosa significa. Non possiamo dire che noi donne non siamo ascoltate, nel senso che non c’è la nostra voce nel tessuto ecclesiale. Anzi, la Chiesa è prevalentemente frequentata e animata dalla componente femminile che rappresenta, spesso, la maggioranza degli operatori pastorali. L’ascolto, però, diventa difficile quando è declinato in forma decisionale e si tratta di avere una voce non solo esecutiva, ma anche propositiva. È in tale situazione che la nostra voce fa più fatica a essere ascoltata. Questo, peraltro, si inserisce nella fatica più generale del laicato, ma per le donne avviene in modo particolare».
Come si può superare questo deficit?
«Sono molto fiduciosa sul cammino sinodale e sono convinta che questa difficoltà possa essere superata esercitando il dialogo reciproco, anche nella dimensione della decisione. La sinodalità, alla fine, è un processo che anima le decisioni ecclesiali. Si fa un percorso sinodale per capire cosa fare, come muoversi e c’è, quindi, una dimensione decisionale importante. Non si tratta di un ascolto fine a se stesso, ma per fare qualcosa, per cambiare qualcosa».
Possiamo dire che c’è anche un problema di metodo alla base?
«Senza dubbio. Una delle cose che sto registrando nelle diverse esperienze anche di queste settimane è che si pensa che stare di fronte a un altro che parla, sia automaticamente esercitare l’ascolto. Non è così. Manca dunque una percezione di metodo che andrebbe fatta crescere».
C’è qualcosa in particolare di inedito, non scontato, che le donne non hanno potuto far emergere e valorizzare fino ad ora alla nostra Chiesa?
«Direi l’esperienza femminile in generale. Quello che ci differenzia dai maschi è l’esperienza, il nostro modo di stare nel mondo. L’esperienza femminile è sempre stata considerata di serie B. Pensiamo alla svalutazione della maternità. Nella Chiesa c’è la sublimazione, non la valutazione autentica, intesa come capacità di leggere il mondo e quindi anche come competenza. Oppure pensiamo alle operazioni di cura nelle quali siamo coinvolte nelle famiglie. Viene riconosciuto il valore etico, ma non quello conoscitivo, legato a delle competenze. L’esperienza feriale della donna è, in questo senso, quella meno valorizzata dal punto di vista della capacità di fornire competenze e conoscenze che animino in qualche modo anche delle scelte».
In questi anni è cresciuta la responsabilità di fatto delle donne nella Chiesa. Questo sta portando a una possibilità per le donne di poter incidere nella vita della Chiesa?
«Sì, ma c’è un passaggio ancora da fare. Nei fatti le cose vanno avanti e questo porta in modo inevitabile a un cambiamento anche di responsabilità che le donne hanno. Pensiamo, per esempio, ai ministeri del lettorato e accolitato: era da tempo che nei fatti era presente. Mi pare però che sia ancora poco riflettuto».
Come donna con responsabilità importanti, si sente ascoltata dalla nostra Chiesa?
«Non so per quale motivo, vivo una condizione che è assolutamente favorevole e mi sento ascoltata. Certo, le persone che hanno pregiudizio ci saranno sempre, ma io posso dire che nel mio ruolo mi sento valorizzata e ascoltata».
Ha fatto fatica a farsi ascoltare?
«Quello che ho ricevuto, anche come percorso professionale, è arrivato in modo spontaneo, senza dover sgomitare. Devo dire che il nostro Triveneto si manifesta, da questo punto di vista, un luogo abbastanza bello per le donne, dove si sta bene».
Con che sguardo lei si pone di fronte al cammino sinodale?
«È uno sguardo di fiducia e al tempo stesso di responsabilità. Il mio sforzo è quello di andare contro il pregiudizio che talvolta incontro, dell’inutilità di questo cammino. Cerco di far vedere come sia un’occasione rara perché si possa far sentire tutte le voci anche quelle delle donne, per migliorare il volto della Chiesa».
E cosa dice alle donne che non si sentono ascoltate all’interno della Chiesa, della propria parrocchia?
«Occorre continuare ad agire nelle proprie comunità senza scoraggiarsi o allontanarsi. La cosa più importante che dobbiamo fare è continuare ad esserci. Occorre poi fare rete, cercare rinforzi positivi. Noto che laddove la nostra voce di donne viene ascoltata ci sia un grande entusiasmo e propositività, forse dovuta alla sorpresa di essere accolte e ascoltate nei luoghi dove magari non ce l’aspettiamo».
Che percezione ha di noi maschi? Come ci vede?
«Dipende. Alcuni un po’ rassegnati, molti contenti. Ad ostacolare l’accettazione non è tanto la volontà di tenere la donna da parte, ma un’immagine culturale della donna che si trascina e dalla quale si fa fatica ad uscire. Accanto a questo c’è la questione laicale già ricordata e il rapporto clero-laici, con il clero che ha una formazione di solito tutta sganciata dall’universo femminile».

