Nell’offerta del Figlio si rivela una smisuratezza che ci ricorda l’amore generoso di Dio.
Unica linea retta dell’intera composizione è data dalla figura di Maria che si accompagna al corteo, raffigurata con il volto chino, composta nel suo dolore con la veste azzurra dello stesso tono con cui è dipinto il livore del corpo di Gesù.
È interessante notare che nel disegno preparatorio della tela non vi è traccia di Maria. L’artista, inizialmente, aveva composto l’opera senza la presenza della Madre di Dio la cui sagoma, in realtà, equilibra in maniera raffinata tutta la struttura compositiva.
Il linguaggio di Rangoni, in tutto il ciclo pittorico, è vivo, è fatto di ricerca, di dramma e mistero, di richiami all’arte figurativa italiana. La pittura è impastata di materia, la luce fa capolino e guida il nostro sguardo nei punti focali dell’opera; il colore dà rilievo alla fatica, corpo al dolore, ma anche riverbero alla speranza. In questa quattordicesima stazione, l’ultima prima della Risurrezione, l’azzurro della veste di Maria ci sospinge a guardare oltre la sua figura, verso quel bagliore bianco che dobbiamo intendere come un chiaro richiamo alla gioia, alla Pasqua.
Un dipinto, questo, che davvero suggerisce vita, luce, tenerezza e intensità.
«Gesù, disonorato e oltraggiato, viene deposto, con tutti gli onori, in un sepolcro nuovo. Nicodemo porta una mistura di mirra e di aloe di cento libbre destinata a emanare un prezioso profumo. Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come già nell’unzione di Betania, una smisuratezza che ci ricorda l’amore generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio fa generosamente offerta di se stesso. […] Gesù è il chicco di grano che muore. Dal chicco di grano morto comincia la grande moltiplicazione del pane che dura fino alla fine del mondo: egli è il pane di vita capace di sfamare in misura sovrabbondante l’umanità intera e di donarle il nutrimento vitale: il Verbo eterno di Dio, che è diventato carne e anche pane, per noi, attraverso la croce e la risurrezione. Sopra la sepoltura di Gesù risplende il mistero dell’Eucaristia.» (Card. J. Ratzinger)
La salma di Gesù è portata nel sepolcro scavato nella roccia e Nicodemo si preoccupa che ci sia una quantità smisurata (30 Kg) di profumo. C’è una lastra tombale sopra la quale viene deposto il cadavere. Il corpo di Gesù è verdastro, bluastro: la passione sembra avergli tolto tutto il sangue, per cui molti, vedendolo, sono rimasti sbigottiti, tanto era disfatto il suo sembiante al punto da non sembrare più un uomo, e il suo aspetto al punto da non sembrare più un figlio d’uomo. (Is 52,14).
Il corpo viene trasportato dalle braccia muscolose di tre uomini: Giuseppe di Arimatea, Nicodemo (hanno avvolto il corpo in un candido lenzuolo) e il pittore fa entrare qui pure la figura di Giovanni, il discepolo amato, che sorregge le gambe inanimate del Salvatore. È uno sforzo notevole che viene compiuto dai tre, perché quel corpo è di un uomo robusto, esangue, martoriato, non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. (Is. 53,2-3)
Accompagna la deposizione al sepolcro la Vergine, raccolta in un dolore che è diventato speranza, come il vestito che la avvolge: azzurro di primavera, turchese di cielo, vento di risurrezione. E il suo volto è ridiventato giovane, quasi annuncio che quella tomba scavata nella roccia sia il grembo per una nuova vita, esplosione di luce soprannaturale. Dietro a lei due donne, ancora piangenti… per loro la speranza della risurrezione annunciata dal Maestro è ancora lontana.
Nel nostro pianeta ogni giorno si moltiplicano le tombe di morti di ogni età, in ogni latitudine. Mille sono le ragioni per cui la vita dell’uomo finisce e i suoi resti mortali sono deposti nei cimiteri del pianeta. Ci ricordano che l’uomo è sorto dalla polvere e ritorna in polvere (Gn 3, 19). Ma gli uomini e le donne che guardano alla tomba di Gesù Cristo vivono nella speranza della Risurrezione.
La 14° stazione ci ricorda la settima opera di misericordia corporale: “seppellire i morti”. È per i cristiani l’invito alla pietà e al rispetto per tutte le persone che sono morte, fossero anche nemici. La nostra cronaca ci parla – nelle varie parti del mondo – di corpi insepolti, disprezzati, vilipesi, oltraggiati; di morti abbandonati alle intemperie e agli animali rapaci per disprezzo, per odio, per indifferenza. Per noi ogni morto deve essere oggetto di pietà, di preghiera, di attenzione, perché quel corpo risorgerà nell’ultimo giorno.

