È uscito nelle scorse settimane per i tipi della Libreria Editrice Vaticana, Sicuterat. Il mistero in dialetto: storia di una fede piana. Il volume raccoglie una serie di articoli di Paolo Malaguti pubblicati dall’Osservatore Romano, rispondendo ad una sollecitazione di papa Francesco. Malaguti, classe 1978, nato a Monselice, insegna lettere al Liceo Brocchi di Bassano del Grappa ed è considerato uno dei narratori emergenti del nostro Nord-Est. Con lui parliamo di fede, lingua e letteratura.
Papa Francesco sosteneva che la fede si trasmette in dialetto. Che cosa voleva dire?
Credo che volesse sottolineare la valenza familiare e intima del primo apprendimento della fede. Poi nella vita arrivano altre modalità, magari più approfondite sul piano dei contenuti, più sistematiche, ma anche più fredde e razionali. Ma il primo alfabeto della fede forse è più solido se è mediato con codici e formule che si sentono vicine, proprie, esattamente come il dialetto o ogni altro lessico familiare.
Noi apparteniamo ad una generazione i cui genitori, pur parlando in dialetto tra loro, in molti casi hanno ritenuto fosse meglio insegnare a esprimersi direttamente in italiano. Un errore in buona fede?
Temo di sì, da un lato non passarci anche il dialetto affianco dell’italiano ha privato le ultime generazioni della possibilità di confrontarsi in modo profondo con le generazioni prima, quelle dei nonni totalmente dialettofoni. In secondo luogo spesso i genitori che volevano affrancarsi dal dialetto parlavano ai figli in un italiano abbastanza stentato, mentre se avessero comunicato in dialetto avrebbero potuto utilizzare un codice con il quale avevano più familiarità. Infine, in termini più generali, trovo che sia sempre un peccato provare vergogna per qualcosa che ha rappresentato la tua famiglia per generazioni. Quindi forse, col senno del poi, la strada del bilinguismo sarebbe stata preferibile.
Gli adolescenti di oggi hanno familiarità con il dialetto? Che cittadinanza può avere il dialetto a scuola?
Dal mio osservatorio vedo che di norma gli studenti sanno poco il dialetto, ma posso dire che ci sono in ogni classe almeno tre o quattro ragazzi in grado di parlarlo abbastanza bene. Teniamo conto che fino ai primi anni Duemila c’era chi affermava che ormai i dialetti avessero i giorni contati. Non sono tra i fautori dell’insegnamento di un dialetto a scuola, almeno sul piano grammaticale: credo che si farebbe un pessimo servizio al dialetto stesso se lo si imbrigliasse con una ortografi a e una morfosintassi. Invece penso che in tutti i livelli del percorso scolastico, a partire dalle primarie, col dialetto si possa giocare, con laboratori lessicali, ricerche sul campo, interviste ai nonni, comparazioni etimologiche…
Il suo ultimo libro descrive per piccoli quadri il suo cammino di fede: quella ricevuta in famiglia e quella coltivata in parrocchia. Co me stanno in relazione tra loro?
In qualche modo i due ambiti si sono completati a vicenda. La fede familiare, specie quella di mia madre e dei non ni materni, era molto presente nelle pratiche quotidiane, ma anche molto semplice, fatta di gesti e di storie che non sempre capivo, e che per questo, da bambino, mi affascinavano. Con l’adolescenza e la natura le “fuga” dall’orizzonte familiare, ho trovato nei gruppi dell’oratorio uno spazio di gioco e di relazione che mi ha salvato, specie negli anni del ginnasio: a scuola avevo paura, in oratorio stavo bene e mi sentivo accolto!
Cosa è stata l’Azione Cattolica per lei?
L’AC ha rappresentato un percorso. Ovviamente non perfetto, con i suoi limiti (con i quali all’epoca mi sono anche scontrato), ma guardandomi indietro oggi credo che sia stata una fortuna per me poter seguire i “gruppi”, da animato prima, ma soprattutto da animatore poi. Era un’occasione di incontro, di gioco, di servizio, di riflessione su temi importanti. E l’esperienza dei campiscuola estivi è stata senza dubbio la migliore di tutta la mia giovinezza
Pensa che sia importante e possibile anche oggi l’esperienza di un gruppo parrocchiale?
Nella provincia veneta è ancora viva l’esperienza della parrocchia, vuoi con gli scout, vuoi con i gruppi estivi, o con il servizio dei chierichetti e del catechismo. Al di là del “dove”, direi che sono esperienze vitali, in un tempo che invita sempre di più alla solitudine e all’individualismo. Lo “stare assieme” è sempre importante, ma tra i 10 e i 18 anni è, direi, assoluta mente necessario.
Nel libro definisce la scuola la sua “ancora di salvezza”, perché?
Perché i ragazzi mi aiutano a tenere i piedi per terra, a tenere vivo un contatto con una realtà di confronto e di mediazione che invece la scrittura non sempre garantisce. La scuola non è un sistema perfetto, ovvio, ci sono tanti aspe i critici, ma lo spazio dell’aula, se ti piace insegnare, è ancora oggi vivificante, una boccata d’ossigeno.
Oggi cos’è la fede per lei?
Sul piano personale è un cammino di ricerca. Proprio come nelle relazioni, quando ci sei dentro capisci che non è qualcosa a cui arrivi una volta per tu e, ma è un costante mediare, cadere, tornare indietro, portare pazienza e ripartire. Non credo di poter dire “io credo”, punto e basta. Piuttosto: “mi piacerebbe credere di più”.
Avrebbe mai pensato di scrivere per l’Osservatore Romano?
Certo che no, questa esperienza fa parte delle tante sorprese, dei tanti regali che ho ricevuto negli ultimi anni. Mi sono reso conto di cosa volesse dire scrivere per l’Osservatore Romano quando un giorno il direttore mi ha mandato una mail scrivendomi che papa Francesco aveva letto il mio articolo e gli era piaciuto… ma meglio non pensare troppo a queste cose!
Papa Leone: un nome che può colpire l’immaginario di un ragazzo…
Sicuramente il nome è stato una bella sorpresa, d’altra parte, per chi crede, la sfida è quella del “ubi Petrus, ibi Ecclesia”, dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa. Quindi il primo atto dovuto credo sia quello della fiducia e della speranza. Oltre a questo, come ha affermato il papa stesso, le sue sfide saranno le stesse che in chiavi differenti riguardano tutti noi, dalla pace disarmata all’intelligenza artificiale.
Tornano a breve gli Stati generali della Letteratura in Veneto a Bassano del Grappa: perché ritiene sia un’iniziativa necessaria?
Sì, dal 18 al 21 giugno vi aspettiamo a Villa Angaran San Giuseppe per la terza edizione degli Stati Generali. Si tratta prima di tutto di un’occasione di incontro attorno alla letteratura. Credo che sia importante ribadire la centralità delle relazioni e dell’arte, per non cadere nel buco nero della solitudine digitale e della fascinazione di una dipendenza passiva dalle intelligenze artificiali. In secondo luogo è un’occasione di ragionamento. Ci saranno tanti ospiti (tra i qua li Marco Paolini, Wu Ming 1, Marta Aidala, Ginevra Lamberti, Matteo Melchiorre, Pietro Lacasella…) ma nessuno di loro parlerà “del proprio libro” o della propria attività: tutti si confronteranno a orno a un filo conduttore, che quest’anno abbiamo intitolato “Dietro la mappa – Faglie, orme, pelle”.
Alessio Graziani
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