L’avvio di una procedura di infrazione da parte della Commissione Ue prevede un rapido annuncio, traumatico, e una gestione più lenta. Può durare alcuni mesi e in quella fase di trattativa fra un Governo chiamato a rientrare in un percorso virtuoso di riduzione del debito e una Commissione impegnata a ribadire i vincoli comuni, gli operatori economici e le famiglie non potranno che restare prudenti. Se non fermi. Non è la condizione migliore per ottenere quell’espansione dell’economia di cui l’Italia avrebbe bisogno. C’è un rischio gelata, se non recessione.
Quanto potrà costare un braccio di ferro con la Commissione europea e, sullo sfondo, con gli altri Stati dell’Eurozona convinti che l’Italia non sia pienamente affidabile? Quanti nuovi investimenti e partnership resteranno in attesa nei cassetti?
Misurare il costo della “strategia della tensione” con la Ue non è facile. Si è calcolato l’onere di uno spread stabilmente a quota 300 punti (quindi il 3% aggiuntivo rispetto agli interessi pagati dallo Stato tedesco per i suoi titoli obbligazionari decennali) e in due anni le stime vanno oltre i 4,5 miliardi. Non si è calcolato il costo per le imprese che hanno bisogno di finanziamenti internazionali. Sono in scadenza 500 miliardi di obbligazioni che finora hanno schivato il tasso da “rischio Italia”.
Non si è calcolato quanto lo stress di sfiducia in Europa può costare in Italia in termini di minori consumi, minori investimenti, minore occupazione.
Sono dati che emergeranno nei prossimi mesi.
La velocità di marcia dell’economia, mentre è in corso una procedura di infrazione, diventa più lenta.
Sembrano noiosi passaggi tecnici, eppure si trasferiscono al vissuto con un’assunzione rinviata, un contratto a termine non confermato, un investimento congelato, un acquisto o ristrutturazione di una casa valutati con il freno dell’incertezza. Ogni voce di spesa è controllata da vicino.
Tecnicamente, la Commissione Ue porterà a gennaio le sue conclusioni e raccomandazioni al Consiglio Ecofin (i ministri dell’economia degli Stati Membri) che avrà tempo fino a sei mesi per imporre un percorso di rientro graduale del debito pubblico attraverso un deficit annuale compatibile. I partner europei, e chi dall’estero ha prestato soldi allo Stato italiano, non vogliono che si aggiunga altro debito pubblico e premono tutti insieme perché si torni a un sentiero di prudenza. Il Governo ne intravede invece un prolungamento di quell’austerity che frena l’espansione e non vuole rinunciare alle promesse della campagna elettorale. Da Paese “sorvegliato speciale” si rischia di diventare Paese “sotto sanzione”.
