Diocesi

Ratzinger a Bassano, nel 1989: «Il cristiano dice sì a tutti i valori ma ha anche il coraggio di forti no»

Il 31 dicembre del 2022 la Chiesa tutta si è unita nella preghiera per la morte di Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger. Nel 1989 e nel 1992 il cardinale Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, visitò Bassano del Grappa, invitato dalla Scuola di Cultura Cattolica. La Voce dei Berici ebbe l’occasione di incontrarlo e nel numero del 15 ottobre 1989 pubblicò l’intervista realizzata da Dario Bernardi e Gianni Zen.

Eccola.

Con il card. Joseph Ratzinger abbiamo parlato dell’attuazione del Concilio in Italia, del rapporto tra teologia e magistero, del pluralismo nella Chiesa, della rievangelizzazione nel Triveneto e delle presunte apparizioni mariane.

Eminenza, Lei spesso interviene in maniera un po’ pessimistica su ciò che nella Chiesa è avvenuto e avviene nel dopo-Concilio. Quali sono, a Suo avviso, le carenze principali nell’applicazione del Vaticano II particolarmente in Italia?
«Io non direi pessimistica, ma realistica, portato dalla grande speranza cristiana in una Chiesa che ha il coraggio di vedere i problemi che insorgono in un certo tempo, sicuri che con la grazia del Signore essa può andare avanti anche in tempi difficili. Le carenze in Italia sono, più o meno, per quanto posso giudicare della situazione italiana che non conosco molto bene, le stesse di gran parte del mondo occidentale. Cominciamo con la formazione sacerdotale: il crollo delle vocazioni in Italia non era mai stato così grave come in altri paesi del centro Europa (Francia, Olanda ecc.). Da ricordare poi il fatto che il messaggio del Concilio relativo alla riforma della formazione del clero non è stato compreso dappertutto bene, tanto da originare un tempo di insicurezza e il malinteso di una desacralizzazione che hanno reso difficile l’accesso al sacerdozio, la gioia dell’essere sacerdote. Non dimentichiamo poi la riforma liturgica quale, di per sé così bella, è stata qualche volta troppo precipitosa: anche qui mi sembra però meno in Italia che in altri paesi. Il problema Lefebvre in Italia quasi non si pone, mentre è forte in Francia ed esiste, più o meno, anche in Germania e negli Stati Uniti. Comunque si è verificata nel complesso qualche situazione difficile, e per questo si è reso necessario un cammino di rinnovamento spirituale. Da ricordare infine il discorso della relazione del cristiano col mondo, con la storia: a volte si è fatto strada il malinteso per cui dovremmo dire si a tutti i valori con la relativa capacità di vedere gli elementi positivi presenti anche nella cultura secolare, deve farsi anche carico di un no fondato, il coraggio della croce che è finalmente la vittoria dell’amore, l’unica forza trasformatrice in senso positivo del mondo».

In un suo recentissimo richiamo Lei ha sottolineato come i teologi tendano ad esorbitare dal loro compito, quasi a volersi sostituire ai vescovi. Lei che è teologo ed è stato vescovo di una grande città tedesca non vede piuttosto in Italia una mancanza di riflessione teologica originale, quasi un blocco psicologico nell’attuale contesto ecclesiale?
«Anche qui non oserei tanto giudicare la teologia in Italia. È vero comunque che dopo il Concilio da una parte abbiamo avuto una grande estensione della produzione teologica, e diciamo anche una grande divulgazione (la teologia dal mondo accademico è passata sulle strade, nei mass media) per cui è molto più conosciuta, ma dall’altra mi sembra che si sa pagata questa diffusione più grande con una mancanza o una riduzione di forza nella riflessione: i grandi nomi che abbiamo avuto come De Lubac, von Balthasar, Congar, Rahner non li abbiamo oggi (ma speriamo di averli con la nuova generazione). Con questo tentativo di farsi capire da tutti e dappertutto e di inserire tutte le scienze umane (cosa del resto giusta) si è un po’ perduta la profondità del pensiero sistematico, metodico, filosofico e teologico. È un fenomeno abbastanza generale. Se la teologia prende sul serio questa “seriosità” cosa non di facile comprensione ma che serve a capire meglio la fede e tradurla nell’oggi e nel domani, la relazione con il vescovo non può che chiarirsi perché la differenza di compiti diventa molto più chiara ed evidente».

Al livello pastorale delle nostre comunità quali conseguenze può avere una riflessione teologica quando ci sono questi dibattiti tra magistero e teologi?
«Distinguerei. Una riflessione teologica profonda forse non entra così rapidamente nella vita parrocchiale. Ma quando fa capire meglio la fede, la sua novità inesauribile, ha i suoi effetti, come abbiamo visto citando De Lubac e gli altri. Le masse non hanno letto i loro libri ma i sacerdoti e gli uomini di cultura leggendoli e studiandoli hanno creato una nuova vivacità della fede, hanno trovato nuove dimensioni della fede. Così penso che proprio una teologia seria, rigorosa, apra nuovi orizzonti e dia quindi anche nuovi stimoli alla fede. Una teologia, per così dire, leggera, arriva subito, può anche stimolare alcune attività (non dico che tutto è negativo, naturalmente) ma a lunga scadenza una riflessione profonda è più feconda per la vita della fede».

Questa epoca moderna ha portato un pluralismo nella stessa Chiesa, con persone che vivono in diverse forme anche l’appartenenza ecclesiale. Come riuscire a coniugare, a vivere il mistero della comunione tra queste diverse espressioni?
«Un sano pluralismo non è un elemento del tutto nuovo. Pensiamo per esempio al secolo di S. Francesco e di S. Domenico. Sono ante con questi santi due nuove spiritualità. Questo per fare solo un esempio. Se tutti vivono in unità col ministero di Pietro, se tutti vivono finalmente dalle radici, in unione con il Cristo eucaristico, concreto nella sua Chiesa comunione, tutto questo è un elemento di fecondità, mai privo di difficoltà, le quali possono essere superate nello spirito dell’amore, vera fonte di nuovi orizzonti. Così penso che anche oggi ogni spiritualità autentica radicata nel mistero di Gesù può aiutare per una vita spirituale più ricca. Non si escludono difficoltà e tensioni, ma se questa autenticità risulta dalle radici della fede esse possono anche portare a nuove ricchezze».

Le diocesi del Triveneto si stanno preparando per il convegno ecclesiale del prossimo anno, suggerito anche dal Papa. Anche qui una delle più forti attenzioni riguarda la rievangelizzazione. Come possiamo porci, in n tessuto tradizionalmente cattolico, di fronte a questo obbiettivo primario?
«Il centro deve essere il mistero di Cristo, perché solo dalla comunione con Cristo possiamo vivere la Chiesa, una Chiesa che più che organizzazione è mistero, in comunione con il Dio trinitario e secondo la realizzazione della nostra responsabilità sociale. In sintesi: prima la comunione con Cristo nella comunione col successore di Pietro, nella Chiesa di oggi e di tutti i tempi, e così partendo da questo centro trovare i diversi settori concreti della responsabilità cristiana».

La Congregazione di cui lei è prefetto è normalmente investita del diffuso fenomeno delle presunte apparizioni mariane. Ci può dire se recentemente è stata riconosciuta (e se sì in quale forma) la presenza di elementi soprannaturali in qualcuno di questi episodi?
«Nei sette anni della mia presidenza la Congregazione non ha riconosciuto nessuna apparizione, anche perché noi entriamo solo all’ultimo momento, cioè se il vescovo e la conferenza episcopale interessati non sono in grado di giudicare e dicono che il fatto ha una dimensione “universale”, quindi da giudicare secondo un livello più generale. Ma solitamente rispettiamo molto la struttura della Chiesa che è costruita, secondo la volontà del Signore, in Chiese particolari che hanno una propria responsabilità. Mi ricordo che un vescovo giapponese ha riconosciuto da parte sua una apparizione della Madonna in Giappone. Noi abbiamo preso notizie, ma senza prendere posizione. Quindi, da parte nostra, non c’è stato un riconoscimento, ma alcuni fenomeni sono ancora allo studio nelle diocesi».