Il fiume Brenta come mero “elemento d’arredo”, sfondo per selfie instagrammabili di tonalità variabile tra il verde, l’azzurro e il grigio (sconsigliato lo scatto fotografico se marrone, vuol dire piena). «Vediamo il fiume così perché ci siamo abituati ad essere uomini e donne “di terra”. Cambiamo prospettiva, torniamo a pensarci come uomini e donne “d’acqua”. Capiremmo molte cose». Francesco Visentin, originario del bassanese ma residente a Grantorto, insegna Geografia Umana presso l’Università degli Studi di Udine. Sabato 19 settembre alle 9, in collaborazione con “Vaghe Stelle – Territori su due piedi’, progetto dell’associazione EQuiStiamo, guiderà una passeggiata ad anello tra il Ponte Vecchio e il Ponte Nuovo, occasione per guardare al centro di Bassano da una prospettiva inedita. Alle 12, invece, presenterà il suo libro Geografie d’acqua: paesaggi ibridi a Villa Angaran San Giuseppe. L’iniziativa fa parte del programma del Festival del Viaggiatore.
Visentin, il rapporto con i fiumi e con l’acqua è un rapporto millenario che ha plasmato il territorio. Ora però sembra di essere arrivati ad un punto di rottura. È così?
«Diecimila anni fa gli esseri umani hanno deciso di diventare sedentari e hanno dovuto risolvere il problema della disponibilità dell’acqua, dapprima con tecniche rudimentali, poi sempre più evolute. Siamo passati dal portare l’acqua al mulino ai rubinetti nelle case. In tutto il mondo, nel Novecento, abbiamo letteralmente “colonizzato” l’acqua. Solo il 37% dei fiumi più lunghi di mille chilometri scorre ininterrotto e solo il 23% arriva al mare. Abbiamo un’architettura idraulica che diamo per scontata ma che non è più adatta al clima che cambia».

A questo proposito, alcune proposte per mitigare i danni del cambiamento climatico sembrano figlie di questa colonizzazione: più dighe, più bacini, più invasi… che ne pensa?
«È così ed è il tema centrale. Quando continuiamo a perorare un modello, siamo allo “stallo tecnologico”. Non si cambia perché cambiare sembra impossibile e così facciamo sempre le stesse cose. Guai a sputare sul piatto dove mangiamo, perché il “giardino idraulico” che abbiamo costruito ha permesso, nella maggior parte del pianeta, ad aver accesso all’acqua pulita. La domanda da farsi, però, è un’altra».
Quale?
«Abbiamo conoscenze e capacità per ripensare i modelli di intervento idraulico?»
E la risposta?
«La risposta è “sì”. Dobbiamo però metterci un’idea chiara in testa: l’acqua non è illimitata. Dobbiamo uscire da questa illusione ottica portata dalla modernità. Quando l’acqua è diventata disponibile per tutti, ne abbiamo dimenticato il valore».
Per il Brenta, ripensare il modello di gestione, cosa significa?
«Il Brenta è un fiume a carattere torrentizio. Vale a dire che in primavera e in autunno è gonfio e che è più magro in inverno e in estate. Lo possiamo dividere in tre parti: la prima parte, lo scorrimento in valle, dove cresce e riceve acqua dal torrente Cismon. Dopo Bassano, in pianura, il terreno ghiaioso fa filtrare l’acqua, che va in falda, per poi riemergere all’altezza di Piazzola sul Brenta. C’è una proposta, sostenuta dal vicentino Giustino Mezzalira, di studiare sistemi di ricarica della falda. È una proposta che ha una logica, è come mettere l’acqua in cassaforte. Molto meglio che lasciarla scorrere in canale quando durante l’estate, con quaranta gradi, evapora e crea umidità. Mi piace qui citare l’ultimo vincitore del Stokholm Water Prize, il cosiddetto “Nobel dell’acqua”: Kaveh Madani ha coniato l’espressione “bancarotta idrica”. Quello che abbiamo costruito finora, vuole dire, non sta più funzionando».
È un problema globale?
«Sì. Studio i fiumi da una vita. Ogni fiume è un microcosmo per conto suo ma, allo stesso tempo, rispecchia il mondo intero. I pescatori del Rio delle Amazzoni mi raccontano le stesse cose dei pescatori di Chioggia. Siamo diversi, ma siamo anche uguali. È di una banalità devastante questa cosa. Ma è profondamente vera».
Andrea Frison
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