Don Matteo Lucietto è parroco a Breganze da poco più di due anni e affianca al suo servizio pastorale nell’Unità Pastorale il delicato incarico di padre spirituale nel seminario diocesano. In canonica vive l’esperienza comunitaria con mons. Giacomo Prandina, don Gianluigi Pigato e don Fabio Miglioranza.
Quali sono i segni più incoraggianti che vede nella vita della comunità parrocchiale e del paese?
«Ci vorrebbe lo sguardo di Gesù per vedere i segni di una vita che c’è ma che non attira l’attenzione, non fa notizia. Bisognerebbe accorgersi della “vedova che mette i due spiccioli nel tesoro del tempio” e riconoscere in quel piccolo gesto un valore di salvezza molto più grande di tutto quello che i ricchi mettono del loro superfluo (Lc 21,1-5). Mentre noi siamo ancora troppo spesso attirati dai numeri, dal successo di alcune nostre iniziative. Sabato sera, finita la messa, salutando le persone che uscivano dalla chiesa, mi sono fermato qualche istante con una famigliola: papà, mamma e una bimba di forse due anni. I bambini mi incantano. È una famiglia giovanissima, li vedo felici, anche di venire in chiesa. Abbiamo scambiato uno sguardo, una parola, un sorriso, niente di più. Non è vita quella?».
Quale ruolo possono avere l’oratorio, i gruppi giovanili, le esperienze estive nel formare i ragazzi e farli sentire parte viva della comunità?
«Breganze e Maragnole hanno la fortuna di avere due oratori che funzionano molto bene. Maragnole, pur essendo più piccola, è un pullulare di iniziative, proposte, appuntamenti che offrono alla comunità la possibilità di incontrarsi e che cercano di venire incontro a diverse esigenze, anche dei più anziani o delle famiglie giovani. Ieri, ad esempio, la domenica è iniziata presto, alle 8, con la colazione aperta a tutti, poi la messa dedicata in particolare alla figura di Carlo Acutis e, a seguire, un rinfresco. A Breganze l’oratorio è un riferimento per tutto il paese: un luogo grande, spazioso, con un bar moderno che funziona molto bene, e una palestra che ospita diverse associazioni sportive, l’ultima delle quali — ma non certo in quanto a partecipazione e simpatia — è il Baskin Breganze. Il sabato, tra catechismo, scout, ACR, chierichetti, l’oratorio è molto frequentato».
La parrocchia sta pensando a nuovi linguaggi o iniziative per avvicinare le giovani generazioni al cammino di fede e alla partecipazione attiva?
«Mi viene in mente una piccola iniziativa che però mi sembra stia andando bene: la cosiddetta “messa dei ragazzi”, la prima domenica del mese. È una messa domenicale, in duomo, dove gli invitati speciali sono i ragazzi con le loro famiglie. Si cerca di renderla una celebrazione su misura per loro, con linguaggi, gesti e canti adatti. È libera, aperta a tutti coloro che desiderano partecipare».
Come si accompagna chi vive situazioni di sofferenza e di solitudine?
«In questi due anni, un ambito che sento interpellarmi molto è quello del lutto. Ci sono molte persone che vivono la sofferenza della solitudine per la morte del coniuge o di una persona cara. Ci sono emergenze concrete a cui il comune e le associazioni possono provvedere. Ma chi può colmare davvero una solitudine?
Certo, alcune iniziative sono utili. Ma c’è un accorgersi, un vedere, una prossimità che dobbiamo maturare come comunità cristiana, e un dover esserci nel momento del dolore».
Se dovesse delineare il sogno che ha per la comunità di Breganze nei prossimi anni, quale sarebbe?
«Vivere la gioia dell’incontro, la gioia di poter camminare insieme, di non sentirci soli; la gioia di poterci fare vicini a tutti, soprattutto a chi è più solo e nella necessità. Non è un sogno originale, è semplicemente quello di poter vivere sempre più e meglio il messaggio di Gesù».
Piero Maestro
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