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Myanmar: stato di emergenza e potere ai militari

9 Febbraio 2021
in Mondo
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Myanmar: stato di emergenza e potere ai militari

M.C. Biagioni e P. Cai a

Il presidente Win Myint e Aung San Suu Kyi sono stati arrestati. La gente è chiusa in casa, ha paura. A Yangon la gente ha paura e non sa a chi rivolgersi per chiedere informazioni su quanto sta accadendo. Le comunicazioni avvengono via messanger ma Internet e telefono sono stati chiusi o così pare. Si teme anche la chiusura totale del web. Anche su questo c’è confusione. A parlare della situazione in Myanmar è una fonte Sir. Tutto è precipitato dopo che Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Nld), è stata arrestata l’1 febbraio dai militari.

Anche il presidente Win Myint e altri leader sono stati “catturati” e tutti i poteri sono stati trasferiti al generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate. L’esercito ha dichiarato lo stato di emergenza. I militari denunciano da diverse settimane frodi durante le elezioni legislative dello scorso novembre, vinte in modo schiacciante dalla Lega nazionale per la democrazia (Nld). Lo scorso 8 novembre, il partito di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, molto criticato a livello internazionale per la gestione della crisi musulmana Rohingya ma ancora adorato dalla maggioranza della popolazione, ha ottenuto oltre l’82% dei 1.117 seggi. L’Usdp, composto da diversi ex ufficiali militari, ha vinto solo 71 seggi a livello nazionale ma si è rifiutato di accettare i risultati del voto. I militari affermano di aver identificato milioni di casi di frode, tra cui migliaia di centenari o minori che risulterebbero tra i votanti. Gli arresti sono avvenuti poche ore prima della riunione inaugurale del Parlamento recentemente insediato.

Il Paese è caduto nel caos. «La gente ha paura di comunicare con gli stranieri – dicono fonti Sir -. C’è tensione e paura. Hanno preso non solo politici, anche alcuni artisti». Immediate le reazioni di condanna da parte delle leadership di tutto il mondo. Il presidente Joe Biden è stato informato sugli eventi in Birmania, incluso l’arresto di Aung San Suu Kyi e gli Usa, “allarmati” dalle informazioni, “si oppongono a ogni tentativo di alterare il risultato delle recenti elezioni o impedire una democratica transizione”. L’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, su Twitter scrive: “Condanno fermamente il colpo di stato dei militari” in Birmania “e chiedo un immediato rilascio dei detenuti. I risultati elettorali e la costituzione devono essere rispettati. Il popolo della Birmania “vuole la democrazia. L’Ue è con loro”. Il premier britannico Boris Johnson su twitter scrive: “Condanno il colpo di Stato e l’incarcerazione illegale di civili, compresa Aung San Suu Kyi, in Birmania. Il voto del popolo deve essere rispettato e i leader civili rilasciati”.

È molto preoccupata Cecilia Brighi, profonda conoscitrice del Paese asiatico e presidente dell’associazione “Italia- Birmania insieme”. «È un disastro, siamo tutti allibiti -– racconta Cecilia Brighi al Sir -. C’erano delle avvisaglie, perché l’esercito aveva già minacciato un colpo di stato dopo le elezioni, dicendo che 8 milioni di schede erano fasulle e chiedendo il riconteggio, sull’onda di quanto successo negli Stati Uniti con Trump».

L’associazione “Italia-Birmania insieme” sta lavorando ad un appello per raccogliere firme sulla piattaforma “Change” e chiedere al governo italiano, alla Ue e al Consiglio di sicurezza dell’Onu dure sanzioni contro i militari e l’adozione di “tutte le misure utili a ripristinare lo Stato di diritto, l’immediata liberazione di tutte le personalità arrestate, a partire dalla Leader birmana Aung San Suu Kyi e il Presidente Win Mynt”. Ma gli equilibri geopolitici sono complessi e delicati. «Ora bisogna vedere cosa farà la Cina – osserva Brighi – che ha fortissimi interessi nel Rakhine (uno Stato interno al Myanmar dove vivono le minoranze perseguitate, come i musulmani Rohingya, ndr) e in Myanmar fa il triplo gioco: finanzia le organizzazioni etniche, fa il mediatore di pace con i Rohingya ma al tempo stesso ha enormi interessi economici. La Cina potrebbe opporsi a eventuali sanzioni». «Sicuramente ci saranno manifestazioni – dice Brighi – perché questa volta la gente non ha nessuna intenzione di tornare indietro: nonostante tutti i limiti di questa democrazia parziale, sotto la spada di Damocle dei militari, con le limitazioni della libertà di stampa, gli arresti, si stava lavorando con civiltà». Per le minoranze etniche e religiose (cristiani e musulmani), già perseguitate (nello Stato Karen ci sono 4.000 sfollati in mezzo alla giungla, in Rakhine ancora peggio), si prospetta un duro periodo. Il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, finora non ha mai avuto timore di esporsi nonostante i rischi.

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