«Rispetto alla relazione d’amore tra un uomo e una donna c’è l’idea che quando inizia, poi, per qualche segreta alchimia, questa vada avanti quasi in automatico e non serva molto altro». Ne sono convinti Nicoletta Musso e Davide Oreglia, che abbiamo sentito, in questa vigilia di San Valentino per fare il punto sullo stato di salute del fidanzamento, esperienza che nel passato era una tappa verso il matrimonio per tutte o quasi le coppie e che oggi, è quasi cancellata dal vissuto di molti innamorati.
Il fidanzamento è oggi profondamente cambiato. Come viene vissuta la relazione di coppia tra due innamorati non sposati?
Nicoletta «Molti pensano che quando uno si innamora, il più sia fatto. Ma sappiamo che le relazioni sono materiale vivo e vanno formate, curate in tutti gli aspetti del dialogo, della spiritualità, dell’intimità»
Davide «Oggi, tristemente diciamo noi, molte coppie sono insieme senza un progetto. Si sta insieme e magari si vivere insieme, senza un obiettivo. Questo, spesso, accade non perché la coppia sia contro il matrimonio, ma semplicemente perché non c’è un orizzonte. C’è un’immagine che racconta questa condizione».
Ce la illustra?
D. «Il matrimonio è come la traversata dell’Oceano, l’andare in America. Una volta si partiva tutti insieme su un transatlantico alla stessa ora, alla stessa età e tutti insieme si arrivava dall’altra parte. Poi c’è stata la fase in cui ciascuno partiva quando voleva, con la propria barchetta, affrontando onde che rischiavano di rovesciare la piccola imbarcazione. Oggi tante coppie neppure partono. Forse lo desiderano, ma alla fine stanno a riva perché hanno paura. Stanno bene così. Compito della Chiesa è dire: “Vale la pena partire. Mettetevi in viaggio, non da soli, con altri. E ce la farete”».
Quindi il fidanzamento ha più che mai senso, il problema è inserirlo in una prospettiva…
D. «Noi sosteniamo l’importanza di questo periodo, chiamato “fidanzamento”, in cui la coppia vive, si sperimenta e cammina verso un passaggio che dica poi il definitivo. La costruzione della coppia non è una cosa automatica ma va coltivata».

N. «Il patrimonio dell’attività pastorale della Chiesa, che non sempre mettiamo bene in gioco, è accompagnare queste coppie verso il discernimento, per capire se la relazione li fa crescere e sbocciare, se è una relazione che risponde all’immaginario che si ha della vita di coppia, quello che chiamiamo vocazione o se è una relazione che non è di crescita. È una realtà che fuori dalla realtà ecclesiale, raramente si propone. Come Chiesa, su tutto questo, abbiamo molte cose da raccontare».
Il fidanzamento, dunque, è una prerogativa dell’esperienza ecclesiale?
D. «La prerogativa del tessuto ecclesiale è dire che il periodo del fidanzamento va coltivato e curato. Tutti avrebbero bisogno di questo e l’unica che se ne preoccupa è la Chiesa. I corsi per fidanzati, pur con i limiti, resistono. Ci vuole qualcuno che accompagni le coppie ma questo non sempre è considerato prioritario».
N. «Parlare di fidanzamento, poi, vuol dire parlare di un’esperienza che ha, come prospettiva, il passaggio a qualcosa con valenza pubblica e questo perché la coppia è un bene per la società. Quando due si mettono insieme ne deriva un legame pubblico che va messo in evidenza perché aiuta a creare il tessuto sociale».
È cambiato anche il significato dell’esperienza sessuale nei giovani come si vede in particolare nella gran parte di coppie che convivono. Rispetto a questo, quale atteggiamento si dovrebbe assumere?
N. «L’aspetto più importante, anche all’interno di questi percorsi, sarebbe trasmettere la bellezza della sessualità, il fatto che è un dono di Dio e che il Signore è felice se facciamo l’amore bene. Sarebbe già importante, perché le coppie, su questo, hanno delle precomprensioni terribili rispetto alla Chiesa. Il fatto che una coppia conviva e faccia l’amore, non ci dice, peraltro, quanto ci sia di benessere in questa relazione intima. Occorre dunque accompagnarli anche da questo punto di vista e sottolineare che è un aspetto fondamentale che va curato, e bisogna lavorare tanto sulla relazione per far bene l’amore. In tale prospettiva è decisivo parlare di ciò a cui i fidanzati sono chiamati, più che del punto dal quale partono».
Nonostante tutto questo, il legame tra fidanzamento e matrimonio si è molto allentato. Perché?
N. «Qui si deve anche fare autocritica. Come Chiesa abbiamo commesso due svarioni. Il primo è metodologico, un altro si deve più a noi sposi. Si è parlato di matrimonio in un modo che racconta una relazione perfetta e così si passa il messaggio che è un qualcosa per pochi e questo ha spaventato. Il secondo errore riguarda noi coppie: siamo stati troppo lamentosi. La lamentela sul matrimonio l’abbiamo alimentata noi sposi. La sintesi è che abbiamo un tesoro bello e non riusciamo neanche a regalarlo ai nostri figli».
D. «Bisogna tener conto anche del riflesso delle dinamiche lavorative nella coppia. Le coppie giovani hanno un orizzonte lavorativo diversissimo dal nostro che richiede un impegno e una prospettiva molto diversi, con una elasticità che a noi non è stata chiesta. Il sentirsi sempre un po’ in sospeso e precari è legato anche a tale elemento non secondario».


