Intervista

Maria Giuseppina Bonavina, direttore che “si sporca le mani”

Per la prima volta una donna alla guida dell'Ulss 8 Berica. Ha 64 anni, tre figli, due nipoti e un curriculum lungo così. Conosciamola insieme.
Maria Giuseppina Bonavina, direttore generale dell'Ulss 8 Berica
di Marta Randon

Dopo tre giorni dal nuovo incarico è andata a salutare il vescovo Beniamino Pizziol, che già conosceva come direttore generale dell’Ulss 20 di Verona. Maria Giuseppina Bonavina ama comunicare e coltivare relazioni personali ed esclusive. Con il personale sanitario, i colleghi medici, le istituzioni, la diocesi, le associazioni, ma anche la stampa. Niente intermediari. Il nuovo direttore generale dell’Ulss 8 Berica è concreta, schietta e parla chiaro. Ha 64 anni, tre figli, due nipoti e ci tiene a farsi chiamare direttore (non direttrice ndr). Ha preso il posto di Giovanni Pavesi da quasi cinque mesi. Padovana, specializzata in otorinolaringoiatria e medicina preventiva, ha un curriculum lungo così. Non ha paura di scendere in corsia, allo Iov era direttore sanitario e ha fatto punture di vaccino a tutto il personale. La incontriamo al San Bortolo nel suo ufficio al terzo piano.

Dottoressa ha il primato di essere la prima donna a dirigere l’Ulss 8 Berica.

«Ero la prima donna anche per l’Ulss 20 di Verona (è stata direttore generale dal 2008 al 2015), ho questo primato – scherza -. Non mi piace parlare di pari opportunità nel senso del genere: allora gli uomini avrebbero bisogno delle quote azzurre, siamo molte di più noi  e cominciamo a ricoprire ruoli importanti (delle 9 Ulss del Veneto 3 direttori sono donne, più la direttrice dello Iov ndr). Preferisco ragionare in termini di professionalità e meritocrazia. Se ho un fiore all’occhiello è il mio curriculum vitae sudato, un signor cv. Ogni tanto me lo guardo e mi chiedo: “Ma sono io ad aver fatto tutte queste cose?”. Ho scavato, studiato, lo si capisce dalle delibere, ma solo un tecnico puro può comprendere».

Come ha trovato l’Ulss Berica quando è arrivata?

«È un’azienda sana, con radici profonde, che ti coinvolge. Dev’essere però più proiettata nel territorio.  Non è così manifesto tutto quello che c’è qui dentro. È necessario comunicare di più».

In che senso “più proiettata nel territorio”?

«Mi piace molto l’ambito della comunicazione e mi piace continuare a crescere, altrimenti che gusto c’è arrivare qui alle 7 di mattina? Si cresce solo con la relazione. La metto in atto con i miei collaboratori e i colleghi nei reparti. È importante esprimersi e capire quello che pensano gli altri. Le critiche costruttive non guastano mai e fanno rimanere con i piedi per terra».

Per cinque anni è stata direttore sanitario dell’Istituto Oncologico del Veneto (Iov) di Padova. Che cosa ha messo in valigia e si è portata a Vicenza di quell’esperienza?

«Ogni ruolo mi ha lasciato qualcosa, ho costruito il successivo grazie al precedente. Bisogna portarsi dietro l’esperienza, non bisogna pensare: questa stanza ha quattro mura, la voglio identica dall’altra parte. Replicare è un errore enorme».

Da esperta di programmazione e organizzazione, che cosa bisogna riorganizzare nell’Ulss 8?

«I percorsi. La prima cosa che vede l’utente quando entra in una struttura sanitaria è se arriva facilmente nel posto desiderato. E per percorsi intendo qualcosa di più delle linee gialle o rosse per terra. Questo è il momento giusto per creare percorsi di cura più “facili”: il paziente non va solo nell’ambulatorio di dermatologia, viene preso in carico e deve spostarsi. Deve sapersi orientare, è necessario creare situazioni più snelle».

Problema liste d’attesa. La sanità pubblica “spinge” sul privato, nel senso che i tempi si allungano talmente tanto che una persona è costretta a scegliere la visita privata a pagamento. E aumentano le disuguaglianze.

«È un aspetto che ho combattuto negli anni. Noi ci concentriamo molto sulle liste d’attesa. Un’ecografia urgente deve essere fatta rapidamente, non ci sono storie. Ma non tutte le ecografie hanno la stessa priorità. Se il medico di base la chiede entro 30 o 60 giorni e l’utente la pretende oggi è giusto che vada dove ritiene più opportuno. Noi oggi siamo in grado di gestire le richieste in funzione della gravità della situazione. Se una patologia oncologica deve avere risposta entro 30 giorni, noi cerchiamo di farlo. Se non sono 30 sono al massimo 31, non di più».

Il rapporto con le strutture private convenzionate?

«Punto sulla grande collaborazione che è l’unico modo per essere più produttivi nel territorio. Le strutture private convenzionate ci vengono in aiuto».

È preoccupata per la quarta ondata attesa per l’autunno-inverno?

«Sì, sono preoccupata come credo chiunque. I contagi stanno aumentanto ogni giorno, non in numero esorbitante però la crescita si vede. Mi preoccupa l’assetto che la gente sta prendendo. Liberi tutti… non va bene. L’anno scorso tremavo, quest’anno sono più rassegnata, ma ho paura del ritorno. Comiciamo ad avere più di un anno e mezzo di lavoro alle spalle e le strutture sanitarie potrebbero risentirne, il personale è stanco. Stanno cominciando a fare adesso i primi giorni di ferie, dopo un anno e mezzo».

A settembre ricominciano le scuole. Quanti insegnanti si sono vaccinati?

«Circa il 68%. Gli unici che hanno superato il 98% sono gli ultraottantenni». 

Bisogna vaccinare anche i ragazzini di 12-13 anni?

«Sì perché ho ben presente quante malattie sono state debellate con i vaccini. Tutti i ragazzini, anche quelli che hanno avuto il Covid e i positivi asintomatici».

Come si curano le persone da direttore generale?

«Continuando a mantenere relazioni con i reparti e il personale, con le persone che hanno veramente in mano la cura del paziente che significa presa in carico, accompagnamento, “I care”. Qualsiasi decisione di programmazione e organizzazione va nel senso della cura. Se c’è bisogno di scendere in corsia corro, come allo Iov, facendo iniezioni di vaccino al personale. Non ho mai dimenticato di essere un medico di base».

Che cosa le ha insegnato il Covid?

«Ha lasciato tanti strascichi, anche in positivo. Il Covid ha aggregato molto i sanitari. Come sempre quando ci si ritrova a combattere un nemico comune, si fa squadra. L’unione fa la forza.La pandemia ha aggregato in un momento in cui  nei reparti c’era molta distinzione tra ruoli. C’è stata un'”umanizzazione dei servizi”. Nessuno in corsia si è tirato indietro, significa che c’è cuore e sostanza».

Un curriculum lungo così, dicevamo, un marito e tre figli. Come ha conciliato lavoro e famiglia?

«Vuole sapere come ho tirato su tre figli^, devo dire anche abbastanza bene e mantendendo un grande cordone ombelicale? Ci sono riuscita con una gradissima fatica fisica, per anni mi sono fatta crescere i capelli perché così era più comodo gestirli, li lavavo, li legavo in una coda o una treccia ed ero a posto. Appena i figli sono “cresciutelli” li ho tagliati come li porto oggi. Mi sono fatta un regalo. Per la gestione mi hanno aiutato i miei genitori e una tata fissa. C’è voluta molta organizzazione, la stessa organizzazione che forse mi ha aiutata nel lavoro. Ora faccio anche la nonna. Tommaso e Stefano, sono le mie gioie, sono fantastici».