Mentre in tutto il mondo si prega o si scende in piazza per la pace, Alessandra Moretti non trova di meglio da fare che distribuire preservativi davanti alle università del Veneto. “Fate l’amore non la guerra”, esortavano i pacifisti hippie americani degli anni Sessanta, opponendo l’amore libero al militarismo e alla cultura patriarcale. Un programma che, però, lungi dal portare ad un mondo più libero e giusto, finì solo con il risolvere la spinta al cambiamento sociale che aveva dato vita alla contestazione in una deludente e molto più innocua deregulation sessuale.
“Fallo con amore” si intitola il progetto di educazione affettiva e sessuale ideato e portato avanti in questi giorni dall’europarlamentare dem vicentina. Un progetto che il suo ufficio stampa si è arditamente premurato di segnalare ripetutamente anche al nostro settimanale diocesano, obbligandoci così a qualche riflessione.
Le motivazioni di Alessandra Moretti sono certamente serie e nascono dalla presa di coscienza di alcuni dati che non possono non allarmare. «Per circa un giovane su quattro, toccare o baciare senza consenso non è violenza; il 38% degli adolescenti maschi italiani pensa che quando una ragazza dice no, in realtà starebbe dicendo sì; un adolescente su tre ritiene che la pornografia sia il modo migliore per capire come vivere la sessualità», spiega in un video l’europarlamentare. E visto che in Italia, nonostante l’aumento di casi di femminicidio e di violenza di genere, l’educazione sessuale sembra effettivamente dovuta al fatto di poter parlare liberamente con persone maggiorenni.
Il progetto ha certo il merito di focalizzare l’attenzione su quello che oggettivamente resta un problema, ma che, dal nostro punto di vista, presenta almeno tre aspetti discutibili.
Il primo è, come sempre, l’agere contra. Un tempo caratteristica degli educatori cattolici, oggi indubbiamente appannaggio della classe politica. «Se non ci pensa il Governo ad aiutare i giovani lo facciamo noi», ha dichiarato Moretti, rivelando così come la prima vera motivazione del suo progetto sia una critica al governo Meloni. L’Italia, nel già citato video, viene presentata come un Paese retrogrado e oscurantista, paragonabile a Romania, Bulgaria e Lituania, che solo l’illuminata alleanza progressista socialdemocratica potrà salvare. Ma se la polemica politica entra in un progetto che vuole essere educativo, si parte già zoppi.
Lascia poi perplessi la scelta di rivolgersi agli studenti universitari. Anche se è vero che oggi assistiamo spesso ad una adolescenza ritardata o prolungata, a parlare di queste cose con i ventenni si arriva tardi. In Italia l’età media dei primi rapporti sessuali è attorno ai 16 anni. Attraverso il telefono molti ragazzi vengono precocemente a contatto con immagini e video pornografici. Immaginiamo che la scelta di presidiare gli ingressi delle università sia effettivamente dovuta al fatto di poter parlare liberamente con persone maggiorenni. Ma non tutti i giovani vanno all’università e questa scelta rischia di essere l’ennesima conferma di un partito democratico divenuto, suo malgrado, elitario se non proprio radical chic. Perché non mettersi fuori dalle fabbriche o dai luoghi dello sport e della movida?
E veniamo infine alla terza perplessità. Bene consegnare materiali informativi, ancor meglio parlare e confrontarsi con i giovani, ma distribuire gratis preservativi (marchiati tra l’altro “fallo con amore” – sic!) ci pare proprio una contraddizione di termini.
Da tempo il dibattito sulla posizione della Chiesa riguardo ai contraccettivi pare sopito. Eppure la posizione non è cambiata. In alcuni casi il loro utilizzo può essere legittimo e anzi forse doveroso e responsabile, ma farne uno strumento educativo è, dal nostro punto di vista, un’illusione se non proprio una menzogna. Per promuovere una vita sessuale sana, equilibrata, rispettosa di sé e del prossimo, occorre educare i giovani ad evitare i rischi, non solo fisici, legati alla promiscuità e al vagabondaggio sessuale, rispetto ai quali la disponibilità di un preservativo in tasca regalato da un adulto rischia sempre di suonare deresponsabilizzante.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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