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Santa Bertilla Boscardin, dorotea che capiva la sofferenza

Lo scrittore Antonio Chiades alla vigilia del centenario della morte, avvenuta il 20 ottobre 1922, ricorda la figura della Dorotea che conobbe in occasione della sua canonizzazione e ne fu colpito.
I resti umani di Santa Maria Bertilla Boscardin, conservati nella cappella delle Suore Dorotee in via San Domenico a Vicenza.
di Lauro Paoletto

Ci sono incontri che avvengono quasi per caso, ma che poi hanno la forza di segnarti per anni. Così è stato per l’incontro dello scrittore Antonio Chiades con Santa Bertilla, della quale si sta per aprire l’anno del centenario della morte (20 ottobre 1922). Nato nel 1940 a Treviso, Chiades ha pubblicato 3 libri sulla vita della santa originaria di Brendola – “Suor Bertilla” (Morcelliana, 1988), “Tutto è niente” (Gribaudi, 2002) e “Lasciamo fare al Signore (Elledici-Velar, 2010) – a testimonianza del profondo impatto che la storia di Maria Bertilla Boscardin ha avuto sulla sua vita. «L’ho conosciuta quando ero un giovane cronista, poco più che ventenne – ci dice al telefono, da Pieve di Cadore -. La redazione del giornale per il quale scrivevo mi aveva incaricato di seguire a Roma la proclamazione della santità di suor Bertilla da parte di Papa Giovanni Paolo XXIII. Mi avvicinavo per la prima volta a questa figura e da subito mi sono sentito coinvolto».

Il suo “legame” con Santa Bertilla nasce però qualche tempo dopo.

«A toccarmi davvero nel profondo è stata l’esperienza che ho vissuto quando l’urna di Santa Bertilla è stata trasportata da Vicenza a Treviso. Ero nell’auto che seguiva quella dell’urna. Attorno a noi, lungo le strade, tante persone attendevano il passaggio: chi s’inginocchiava, chi pregava, chi la ringraziava. Si respiravano un affetto straripante e una devozione incredibile. Un’intensa commozione traspariva dalla folla e questo mi ha fatto capire quanto fosse amata. In quelle persone c’era la memoria viva di chi era stato assistito da suor Bertilla e di chi l’aveva conosciuta, direttamente o indirettamente».

Il suo primo libro su santa Bertilla è del 1988: cosa l’ha spinta a scriverlo?

«Dopo quell’evento, la professione mi aveva portato verso altre direzioni e mi “ero distolto” dalla figura di Bertilla. La vita, però, complici circostanze che non sono mai casuali, mi ha riportato a contatto con la santa. Così ho deciso di conoscerla meglio e di farla conoscere anche ad altri. Mi sono documentato sulla sua vita, accedendo agli atti relativi ai processi di canonizzazione, e intervistando quelle persone che ne portavano memoria». 

C’è qualche testimonianza in particolare che l’ha colpita?

«Potrei raccontare molti episodi per descrivere l’umanità e la spiritualità di Santa Bertilla. Mi limito al racconto di Giuseppe Fasan di San Martino dei Lupari, testimone di un miracolo ufficialmente riconosciuto. Da bambino ha assistito alla guarigione improvvisa e incredibilmente straordinaria del nonno Sebastiano: malato di osteosarcoma in fase terminale e, perciò, in condizioni disperate, era stato dimesso dall’ospedale perché potesse morire nel suo letto, con il conforto dei parenti. Erano trascorsi pochi anni dalla morte di Bertilla, che non era stata ancora proclamata né beata né santa. Nella casa di campagna, i famigliari pregavano, e il giovane Giuseppe gli stava accanto per accudirlo quando, d’un tratto, il nonno si è scosso e, alla moglie accorsa, ha detto: “Vecia, go visto la suora là sul muro”: gli era apparsa l’immagine di Bertilla. Da moribondo qual era, si ritrovava all’improvviso completamente guarito».

Che figura di suor Bertilla emerge dai racconti di chi l’ha conosciuta?

«Nelle testimonianze di quanti furono ricoverati in ospedale e assistiti da lei, ritroviamo l’immagine di una suora sempre serena e rassicurante, ma dotata della capacità di comprendere le sofferenze degli altri, al punto che, spesso, nello sforzo di dominare le sue emozioni, non riusciva a trattenere le lacrime. A questo proposito, mi ha colpito un episodio che mi è stato raccontato da un professionista trevigiano, l’ingegner Dall’Armi. Durante la Grande Guerra, era stato ferito e ricoverato nell’ospedale di Treviso. Una sera, con un altro militare ricoverato, era uscito di nascosto dall’ospedale. Rientrati a notte inoltrata, hanno trovato suor Bertilla; si attendevano un giusto rimprovero e, invece, è arrivata la proposta: “È molto tardi, posso farvi un caffè?”. È un episodio quasi insignificante, ma che, però, a mio avviso, dimostra la dimensione umana e spirituale di questa suora nell’assistere i malati con tenerezza, compassione ed empatia, come avevo avuto già modo di scoprire in quel viaggio tra Vicenza e Treviso».

Valori che non sono mai venuti meno, anche in un contesto difficile com’era quello di un ospedale nei primi decenni del Novecento.

«All’epoca, entrare in ospedale era un trauma perché i malati venivano per lo più curati in casa. Chi veniva ricoverato, si trovava invece dinnanzi una figura dolce, assidua e dimentica di sé perché suor Bertilla aveva una straordinaria capacità di ascolto e di aprirsi agli altri. Il suo atteggiamento fa pensare a certe discipline orientali, oggi tanto praticate e da lei in qualche modo anticipate attraverso una preghiera continua che le permetteva di andare oltre sé stessa. Trovava realizzazione sviluppando i suoi talenti di umanità e dolcezza, mostrando una personalità capace di una visione olistica, molto contemporanea e attuale perché sapeva guardare all’essere umano da ogni punto di vista. È riuscita a ottenere un equilibrio senza strappi tra le attitudini naturali e il suo obiettivo di dare assistenza al prossimo».

Perché ha scelto le parole “Tutto è niente” come titolo per una delle sue pubblicazioni?

«Questa frase è un po’ la sintesi della sua vita. Sono le parole che ha pronunciato in punto di morte, in assoluta serenità. “Sorelle, lavorate solo per il Signore… che tutto è niente, tutto è niente”. In questo c’è tutto ciò che per lei aveva un significato vero: il contatto con la divinità che poi si trasferisce in pienezza di umanità».