In mezzo ai capannoni della zona industriale di Chiampo, nella ringhiera di un cancello, si possono notare dei simboli religiosi dorati: è lì dentro che gli indiani sikh si ritrovano per pregare. Sebbene l’entrata faccia pensare a tutt’altro che a un tempio, appena si supera l’ingresso, il silenzio ovattato e i colori dei tappetti e dei poster appesi avvolgono in un’atmosfera che fa presto dimenticare di essere in un capannone. A dare il benvenuto è il Granthi (funzionario religioso) Jaspal Singh: non sa parlare italiano, ma il sorriso e il calore che trasmette vanno oltre ad ogni parola. Riesce ad essere un’ottima guida e a spiegare ogni dettaglio del tempio, permettendo all’ospite di inserirsi nella cultura, anche gustando un’ottima pietanza tipica indiana, cavolfiore speziato con piselli e pane d’accompagnamento.

Una ricorrenza speciale
Kuljit Kaur è invece la referente della religione sikh per il Veneto: «Gli indiani adulti che sono arrivati in Italia a 35/40 anni non hanno imparato la lingua come noi giovani, lasciano quindi a noi il compito di portavoce dei sikh».
Con la velocità tipica di chi è cresciuto con due lingue madri, Kuljit passa dall’indiano all’italiano: «Oggi (13 aprile n.d.r.) per noi sikh è una ricorrenza speciale: si ricorda il primo battesimo, che verrà festeggiato anche il 21 aprile con la processione del libro sacro che avverrà a Vicenza. Il battesimo rappresenta per noi un atto libero che si sceglie in età adulta: non c’è un obbligo, ma è un momento che ognuno di noi può avere quando vuole. È ciò che ci differenzia: chi è battezzato porta il turbante per raccogliere i capelli lunghi (kes) e infila il pettine (kangha), ha la sciabola (kirpan) per difendere se stessi e i più deboli, indossa il bracciale (kara) per ricordarsi di non essere violento e sopra la biancheria intima indossa i pantaloni corti (keshera) per rimembrare di non compiere atti impuri. I battezzati inoltre sono vegetariani, astemi e senza vizi».

Il libro sacro
Il tempio si snocciola in molte stanze: subito dopo l’entrata c’è, al di là di una porta, la grande sala di culto, dove il libro sacro giace in un altare in cui fiori e simboli religiosi lo circondano. «Il libro sacro – spiega Kuljit – viene curato come se fosse una persona reale: alla sera viene messo a riposare in una stanza silenziosa e buia e al mattino viene accompagnato all’altare. La sua prima lettera, Ec On Kar (Dio è uno solo) è per noi un simbolo».
Il simbolo che ricorda l’inizio del libro sacro è posto anche sull’altare, assieme ad alcuni pugnali e ad altri oggetti religiosi. Dietro l’altare è appeso un grande poster: «A sinistra è raffigurato il primo Guru, che proveniva da unafamiglia di commercianti induisti – racconta Kuljit -. Rifiutando la divisione delle caste, decise di portare sulla Terra la voce di Dio, che voleva tutti uguali. È lui il primo che va a sedersi per terra, per uniformarsi con i poveri: un simbolo che rimane ancor oggi tra noi sikh, sia nella preghiera sia nella cucina comunitaria dove non esistono sedie. A destra è invece rappresentato il decimo Guru, che confermò l’uguaglianza mettendo il cognome Singh (leone) agli uomini e Kaur (principessa) alle donne, per non permettere di riconoscere la casta. Tra uomini e donne c’è assoluta parità».

La condivisione
Mentre Kuljit racconta, alcune fedeli entrano e pregano: il Grathi condivide con loro il Prashad, un semolino molto dolce, che viene benedetto durante la funzione. La condivisione è uno dei pilastri del sikhismo e ne è la prova la cucina comunitaria: ogni giorno il Granthi e i volontari offrono un piatto caldo a chi si reca al tempio. «La domenica è il giorno in cui il tempio si riempie – conclude Kuljit -. Qui a Chiampo si arrivano a contare 300 persone che vengono per pregare e mangiare insieme. Ognuno porta con sé qualcosa da condividere e se qualcuno ha un motivo per festeggiare offre a tutti gli altri. Ogni giorno chi vuole può venire al tempio e mangiare insieme agli altri: chi è povero trova così sempre un pasto caldo, offerto da chi ha più possibilità».

