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Home Festival Biblico

«È la spiritualità la virtù del cittadino»

22 Maggio 2019
in Festival Biblico, In primo piano
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«È la spiritualità la virtù del cittadino»

«Quando nella sua vita spirituale una persona sviluppa una capacità critica, allora la spiritualità diventa una virtù del cittadino». Non viene immediato accostare spiritualità e cittadinanza. A provarci, con discreto successo, è Luciano Manicardi, monaco e priore della comunità di Bose, ospite del Festival Biblico il corrente venerdì 24 maggio con due appuntamenti: alle 8 nella chiesa di Santo Stefano e alle 18.45 nella chiesa di San Rocco.

“Spiritualità e politica” è il titolo del suo ultimo libro. Cosa tiene insieme queste due parole?

«Se consideriamo la spiritualità nel senso più laico di ricerca del senso del vivere e quindi delle condizioni del “vivere insieme”, vediamo che la spiritualità e la politica riguardano l’io e il noi, perché per gli umani vivere è abitare e coabitare. Quando in una vita interiore una persona arriva a creare in se stessa una capacità critica, di formulare decisioni, allora spiritualità, nel senso di avere “radici interiori”, è una virtù del cittadino. Nella interiorità si forgia la libertà, la capacità di decisione, di scelta».

Eppure viviamo in un periodo di “fake news”, in cui il condizionamento esterno pare dimostraci incapaci di decidere autonomamente.

«Questo è un problema estremamente politico da un lato e dall’altro riguarda l’individuo. Un tema che tocca il tema della parola e dell’ascesi della parola. Per Hannah Arendt il linguaggio è politica. Per questo necessita di luoghi di scambio, di concertazione, di ascesi e purificazione. Oggi avremmo bisogno di un’etica della parola perché la parola è un atto etico: quando parlo con qualcuno devo rispettarlo, onorare la verità, rispettare la parola. Invece viviamo in tempi in cui la parola subisce una perversione: la bontà diventa buonismo, la giustizia giustizialismo e magari un bombardamento un intervento umanitario. Questo richiede disciplina e attenzione e riguarda l’io e la comunità».

Quali sono allora, i luoghi in cui promuovere un’etica della parola?

«Devo confessare che non ne vedo. Di certo non sono i social, dove si diffondono le fake news e non c’è pensiero, solo espressione di pareri. Dovrebbe occuparsene la scuola, ma è anche vero che oggi i luoghi che influenzano i modi di pensare, o non pensare, sono questi media piuttosto selvaggi, lasciati alla libertà e all’irresponsabilità, o all’incoscienza, di ciascuno. Credo che questo lavoro sia affidato alla singola persona».

Lei è priore di una comunità monastica. In passato i monasteri erano importanti centri che intrattenevano stretti rapporti con le città. Oggi cosa rappresentano?

«Anche oggi il monastero è da un lato un luogo che si ritrae dalla polis, dall’altro ha da sempre influenzato la città. A sua volta è una piccola città, una modalità di vivere in cui si arrivano a sperimentare forme di governo, di autorità che hanno influenzato le democrazie. Il regime capitolare, le decisioni prese collegialmente… È indubbio che questa piccola collettività ritagliata dal mondo, ma che il mondo se lo porta dentro, arriva a rappresentare anche un modello di convivenza civile. Si tratta di trovare una disciplina della parola, un arte dell’ascolto, un’arte della relazione segnate dall’amore, dal rispetto, dall’accoglienza. Anche perché si vive assieme a persone che non si sono scelte».

Quali sono allora le città bibliche che hanno un messaggio per quello che viviamo nelle nostre città di oggi?

«La prima grande città biblica è Gerusalemme, città che ha una valenza simbolica straordinaria: significa “visione di pace”, rappresenta qualcosa che nella storia non c’è perché è un luogo attraversato da conflitti e tensioni e tuttavia ci dice quello che la convivenza umana dovrebbe aspirare ad essere. Ricordo il Salmo 87, in cui viene descritta la salita a Gerusalemme di tutte le genti, in cui anche le nazioni nemiche vengono personificate e immaginate come individui che vanno a registrarsi a Gerusalemme. Una visione di pace che urta con una realtà storica che dice tutt’altro e che fa i conti con la violenza di cui è portatrice la città di Babilonia. La Bibbia ci offre modelli che ci dicono da un lato la realtà e dall’altro una visione verso cui tendere».

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