Per secoli abbiamo avuto neve, senza Olimpiadi. La natura non seguiva i nostri ritmi, eravamo noi ad adattarci al ritmo del freddo. Questo voleva dire imparare alcune cose. Lavori adatti alle temperature, cibi particolari, risorse preparate per tempo: legna, lana, lardo…
Poi è venuto il momento di ritmi nuovi. Il freddo lo si poteva lentamente ignorare. Oppure lo si poteva anche utilizzare a piacere. Bastava che fosse freddo uno scomparto di casa (lì ci mettevamo le cose da conservare). Bastava che fosse fredda una parte del territorio (e lì ci andavamo a fare la settimana bianca). Per non parlare del freddo pubblicizzato, cioè la neve finta delle promozioni natalizie (e per fare i soldi con la poesia della neve).
Nel 2026 ci prepariamo all’ultima beffa con cui la natura prova a lanciarci segnali di allarme. Olimpiadi … senza neve. Verrebbe da dire, giocando un poco con le parole, che il freddo (senza neve) ci lascia freddi (sulla emergenza climatica).
Non ce l’abbiamo con le Olimpiadi. Ma con noi stessi. Perché il caldo che aumenta, dovrebbe inquietarci per tanti motivi. Perché il caldo ci dice che qualcosa proprio non va. E invece il mondo va avanti come se nulla fosse. L’economia aveva detto che dovevamo cambiare sulle fonti energetiche, sul consumo e sulla produzione. La politica dieci anni fa aveva detto di sì… Adesso dice di no! Avevamo trovato la strada di regole rigorose sui veleni, sui fumi da scaricare, sui rifiuti e sugli sprechi. Adesso l’unica regola la stabilisce il “più forte”, il “più furbo”, il “più folle”. Soltanto che siamo noi ad eleggerlo e a dargli il potere di scombinare tutto.

Olimpiadi senza neve? Qualcuno dirà che abbiamo altro a cui pensare … Sì! Ma ci stiamo abituando alla stupidità naturale, davanti a una natura che lancia messaggi all’intelligenza. Ma per questo bisognerebbe “scongelare” la nostra intelligenza. Se le Olimpiadi sono senza neve, non dovrebbe il mondo vedere le piste olimpioniche e nello stesso tempo vedere tutto il resto del paesaggio che assomiglia ad un “deserto” invernale?
Non sarebbe del tutto fuori luogo, almeno nelle comunità cristiane, pensare che il profeta Isaia, per descrivere la parola che Dio manda, usa una immagine attualissima. “Come la pioggia e la neve … è la mia Parola” (dice Dio stesso).
Ci vorrebbe qualche profeta che riprende quelle parole, anche al contrario: “la neve (che manca!) … è come una Parola che vi mando”. Perché se la Parola è come la neve, allora ci dovremmo domandare: senza la neve vuol dire che siamo senza Parola? Senza una Parola che invita a leggere i “segni dei tempi”? Non è certo sparando un po’ di neve che abbiamo “la neve”. E allora, se vogliamo andare fino in fondo, non è sparando un po’ di parole che abbiamo “la Parola”.
Ne basterebbe una sola: “Pose l’uomo nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15). Diamo un’occhiata al paesaggio, durante le prossime Olimpiadi, intorno alle piste di neve. Altro che giardino!
Matteo Pasinato
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