Un’infanzia spezzata a soli dodici anni, inghiottita dall’orrore della guerra e dal peso di un fucile. Oggi quell’esperienza drammatica è voce di denuncia per un fenomeno tragicamente ancora attuale.
È la storia di Junior Nzita Nsuami, un ex bambino soldato della Repubblica Democratica del Congo. Classe 1984, ha solo 12 anni quando viene preso a forza a scuola da parte di alcuni soldati e costretto ad un terribile addestramento che lo costringe ad uccidere alcuni suoi familiari. Passa l’infanzia in diverse campagne di guerra, in cui vede perdere la vita centinaia di bambini a causa delle mine. Il giorno del suo tredicesimo compleanno ha visto morire davanti ai suoi occhi il suo miglior amico. I periodi in cui ritorna nella sua comunità, viene respinto ed emarginato. Ha tentato il suicidio, ma il colpo dal suo fucile non partì e trovò la forza di ricominciare «Avevo perso la mia famiglia, i miei amici, la mia infanzia, ma in quel momento sentii di non aver perso la speranza».
Nel 2006 riesce a scappare, è il primo bambino soldato a lasciare l’esercito. A partire dalla sua esperienza nel 2011 ha fondato “Paix pour l’enfance”, per sostenere l’educazione dei bambini in Congo. Oggi Junior ha 42 anni, vive in Canada con la moglie e due figli. Continua senza sosta il suo impegno per la pace e la condivisione della sua storia. Lo fa come ambasciatore Onu per i diritti dei bambini, ma anche in incontri con i giovani e con le comunità di tutto il mondo. In questa occasione, a Vicenza, Junior ci ha concesso un’intervista per approfondire il terribile fenomeno del reclutamento minorile, partendo dalla sua storia personale.
Qual è l’ampiezza attuale del fenomeno dei bambini soldato?
«L’ampiezza del reclutamento dei bambini nei conflitti armati è aumentata e lo dicono i dati. Rispetto agli anni passati adesso è molto più frequente il reclutamento in differenti paesi, purtroppo.»
Abbiamo la tendenza a considerarlo come un fenomeno africano. In quali regioni del mondo è presente?
«In effetti qualcuno può pensare che accada solo lontano, ma questo è un fenomeno iniziato con la prima e la seconda guerra mondiale. Già in Germania c’erano bambini soldato, ma anche oggi si parla di bambini associati ai conflitti in Ucraina, ma anche in Colombia, in Myanmar e in altri paesi dell’Asia. Il paese più toccato rimane il Congo.»
Come mai il fenomeno è così presente in Congo ed è diffuso anche oggi?
«Il Congo è il paese più ricco del mondo. Sembrerebbe una cosa positiva, ma è la nostra maledizione. Abbiamo passato la colonizzazione dei belgi e ora siamo vittime dell’estrazione dei minerali. Tutti hanno un pezzetto di Congo in tasca, ovvero lo smartphone. Bisogna essere consapevoli che quell’oggetto che abbiamo in mano può essere costato la vita ad un bambino. Anche oggi la situazione è molto difficile, con molti bambini reclutati anche dal Ruanda.».
Perchè vengono scelti i bambini?
«Perchè la guerra costa tanto e i bambini non costano niente. Vengono messi in prima linea, si fa loro il lavaggio del cervello. Si fa dimenticare loro di essere bambini, vengono addestrati come guerrieri, con i capelli rasati a zero per non essere riconosciuti. Hanno l’ordine di uccidere chi prova a scappare. È importante raccontare anche ciò che accade alle bambine, rapite per essere violentate e poi lasciate a sè stesse, spesso incinte di bambini figli di nessuno»
Il processo di riabilitazione dei bambini soldato è sempre possibile?
«Io penso che la mia presenza qui dimostri che se la società si impegna per salvare questi bambini e che se si mettono i mezzi e l’accompagnamento di terapie per i traumi, allora questi bambini possono essere riabilitati.»
Qual è l’ostacolo più difficile da superare?
«L’ostacolo più difficile è l’esclusione dalla società: questi bambini rimangono senza punti di riferimento, senza identità. Vorrei che sapessero che se subiscono il rifiuto della società, ci sono altre strade per andare avanti. Non bisogna mai perdere la speranza, devono prima di tutto accettare sé stessi per mettere fine agli ostacoli.»
La storia di Junior è raccontata nella sua autobiografia “Si ma vie d’enfant soldat pouvait être racontée”. La lettura è un modo per esperire la consapevolezza di ciò che realmente succede in Congo, ma è anche un sostegno concreto all’associazione di Junior, per l’integrazione di questi bambini, emarginati dalla società, garantendo loro un’educazione. «Io non avrò più indietro la mia infanzia, ma il mio desiderio ora è che non ricapiti più a nessun altro, per un futuro con zero bambini soldato. Il mio appello va soprattutto ai giovani, che continuino a coltivare metodi non violenti, per un futuro di pace».
Corrado Graziano
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