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Home Editoriali

Il più grave crimine contro l’umanità

10 Giugno 2026
in Editoriali
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Il più grave crimine contro l’umanità

Non si tratta di redigere una triste classifica dei crimini compiuti contro l’umanità. Oltre che inopportuno, sarebbe anche pericoloso. Creare una gerarchia, ritenendone alcuni più gravi di altri, oltre che irrispettoso verso le vittime, presterebbe anche il fianco a odiose strumentalizzazioni ideologiche. Lo vediamo già ogni anno quando immancabilmente si scatenano meschine polemiche che oppongono, ad esempio, il Giorno del Ricordo alla Giornata della Memoria, i morti causati dai regimi comunisti a quelli dei nazifascisti. Quasi che le colpe degli uni mitigassero quelle degli altri. Certamente tra i crimini contro l’umanità c’è la Shoah, ma ci sono anche i milioni di morti causati da Stalin in Ucraina, da Mao Zedong in Cina e da Pol Pot in Cambogia. Per non parlare degli altri genocidi che hanno insanguinato l’ultimo secolo: armeni, tutsi, bosniaci, rwandesi, palestinesi… E non dimentichiamoci delle belle porcherie fatte anche da noi italiani, non propriamente “brava gente”, al tempo delle guerre coloniali in Libia e in Eritrea.

La Corte penale internazionale definisce crimine contro l’umanità ogni “atto deliberatamente commesso contro la popolazione civile in modo esteso e sistematico”. Proprio a partire da tale definizione, il 25 marzo scorso l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha dichiarato “il più grave crimine contro l’umanità che mai sia stato commesso” la tratta atlantica, ovvero il commercio degli schiavi africani, comprati dai mercanti europei e venduti poi nelle Americhe per più di tre secoli, dalla metà del ‘500 sino alla fine dell’800. Un fenomeno tragico che riguardò più di 12 milioni di persone, delle quali almeno due milioni morirono in mare durante le traversate. Ad essere interessati furono soprattutto i paesi subsahariani prossimi alle coste occidentali: Ghana, Sudan, Sierra Leone, Liberia, Guinea… Un crimine le cui conseguenze continuano tuttora, nel persistere di pregiudizi, discriminazioni e sentimenti razzisti.

La risoluzione dell’Onu è passata con 123 voti favorevoli su 178. Israele, Stati Uniti e Argentina hanno votato contro, mentre ben 52 Paesi, tra cui l’Italia e praticamente tutta l’Unione Europea, hanno preferito astenersi. Si è detto che a far problema era proprio quella definizione di “più grave”. Ma le ragioni di tale astensione vanno individuate, piuttosto, nel timore che il riconoscimento delle responsabilità storiche da parte delle ex potenze coloniali apra ad una richiesta non solo di scuse formali, ma anche di restituzione di beni e di risarcimenti economici.

Della tratta degli schiavi africani parla anche papa Leone in Magnifica Humanitas: “Non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù. Si tratta – scrive il Papa – di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei. È inevitabile provare un profondo dolore considerando l’enorme sofferenza e umiliazione che la schiavitù ha significato per tante persone, in contrasto con la loro dignità senza limiti, amata infinitamente dal Signore. Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono”. Uno storico mea culpa, sulla scia di quelli formulati da San Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000.

La verità è che da secoli l’Europa sfrutta l’Africa e le sue risorse. Per secoli ha ridotto milioni dei suoi abitanti in schiavitù, deportandoli verso le colonie americane come mera forza lavoro. Se con onestà si riconosce questo, con quale coscienza alcuni giornali e partiti politici fanno della “lotta all’invasione” la propria velenosa bandiera? Con quale cuore possiamo oggi odiare, respingere, marginalizzare i migranti che arrivano tra noi fuggendo da povertà e ingiustizie che noi stessi abbiamo contribuito a creare?

Ogni aiuto dato ad uno di loro non è, a ben guardare, che un piccolo risarcimento per una colossale ingiustizia perpetrata per secoli e della quale forse oggi la storia ci presenta il conto.

Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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