Visto da qui è difficile, non immaginabile, pensare ad undici milioni di persone che si alzano e scappano. Senza nulla, se non quel poco che hanno in mano, a volte nemmeno quello. Tenendosi stretti i bimbi che piangono, cercando di salvare loro e sé stessi. C’è un Paese africano, un grande Stato adagiato nella valle del fiume più lungo del mondo, dal quale sono sfollati l’equivalente degli abitanti del Veneto, del Friuli e dell’Emilia Romagna. Tutti insieme. Dal 15 aprile del 2023, sono più di 11 milioni le persone che in Sudan sono state costrette a scappare dalle loro case e a spostarsi in altre regioni o in altri Stati, per sopravvivere ad una guerra di tremenda violenza. Un conflitto di cui nei media internazionali si parla pochissimo, ma che per i suoi effetti è forse il più grave fra quelli in corso.
La guerra
«Stiamo entrando nel quarto anno di guerra, ormai. È una tragedia enorme e non si vede una soluzione. C’è un negoziato tra le parti ma è quasi morto, non vedo una volontà di fermarsi. La comunità internazionale, a partire dall’Unione Europea, non si è mai impegnata dal 2023 ad oggi per risolvere questa situazione». Le parole di Abdelaziem Ali Adam, più semplicemente Azim, tradiscono il dolore per la propria terra lontana, insanguinata e lacerata. Azim lavora per il Centro Astalli di Vicenza, nato nel Sud Sudan e poi cresciuto nella capitale Khartoum, è arrivato in Italia nel 1994. Dopo aver vissuto in prima persona l’esigenza di spostarsi dal Paese Natale, oggi Azim è operatore legale del Centro e segue proprio accoglienza e integrazione sociale dei rifugiati.
«È una guerra civile. Ma le fazioni sono sostenute da Stati stranieri. L’Egitto, ad esempio, che considera il Sudan “il suo giardino di casa” e ritiene pericoloso un autentico sviluppo di movimenti democratici in quest’area» osserva Azim. L’operatore di Astalli riassume per sommi capi le fasi del conflitto. Dal termine della precedente guerra civile nel 2019 nel Paese africano – multietnico e a grande maggioranza musulmana – si era instaurato un governo a guida civile-militare, soppiantato nel 2021 per volontà dell’esercito alleato alla seconda milizia del Paese: i paramilitari delle RSF (Rapid Support Forces), prevalentemente di etnia araba. L’alleanza fra le due fazioni si è rotta il 15 aprile 2023. «L’esercito regolare chiedeva una smilitarizzazione delle RSF, gli altri rispondevano che servivano almeno dieci anni per arrivarci. A monte, c’è il fatto che dalla fine degli anni ’80 l’esercito sudanese è monopolizzato dal movimento isla-mico dei Fratelli Musulmani – riprende Azim – il negoziato è diventato conflitto aperto. Inizialmente, secondo il racconto di tanti, l’esercito e il movimento islamico ritenevano di poter annientare in poco tempo le RSF. Pensavano di essere più forti, avendo artiglieria, marina e aviazione. In realtà le RSF hanno ottenuto il supporto degli Emirati Arabi Uniti, droni e munizioni».
La guerra sudanese, come tante guerre africane, ha visto l’inserimento di altri attori regionali. Lo scenario complessivo sembra vedere da un lato le RSF supportate da Emirati, Uganda ed Etiopia. Dall’altro l’esercito regolare sostenuto da Egitto e Arabia Saudita. Ci sono anche gli americani: gli Usa starebbero con la fazione delle RSF. «Nelle scorse settimane gli Usa hanno dichiarato forze terroriste i Fratelli Musulmani in molti Paesi mediorientali, Egitto compreso – riprende Azim appoggiano la fazione opposta, quindi le RSF». Il conflitto vede ora le RSF attestate nel Darfur e nella parte sud-occidentale del Paese, l’esercito regolare nel nord e nell’est. «La capitale di fatto ora è Port Sudan sulla costa, il governo dell’esercito è lì. Khartoum che era in mano alle RSF è stata riconquistata un anno fa dall’esercito ma ora è una città fantasma – sottolinea Azim – un attacco brutale, sembra che per prenderla abbiano usato delle armi chimiche. In ogni caso, il centro cittadino è invivibile. Pochissime persone sono lì». Su come il conflitto andrà avanti non c’è certezza: non si può escludere che il Paese si spacchi definitivamente a metà.ù
Gli sfollati
Cosa spinge a scappare milioni di persone? «Vanno via perché non possono più coltivare la terra, procurare il cibo alle loro famiglie. Scappano dalle milizie armate, per paura: i soldati arrivano e lanciano droni, conquistano le caserme delle città per prendersi altre armi e munizioni» spiega Azim. Impossibile raccontare tutti gli episodi di un conflitto che sta lacerando un Paese vasto come sei volte l’Italia. Ne basta qualcuno. Come quanto accaduto il 14 agosto 2024 nella città di El Obeid (stato di Kordofan) dove cinque ragazze sono state uccise e venti bambini feriti a colpi di proiettile in un attacco perpetrato ad una scuola femminile e un mercato. Un attacco denunciato anche dall’Unicef, come pure è stato denunciato l’8 dicembre dell’anno scorso un lancio di droni nella località di Ghadeer, Kordofan, dove l’incursione ha colpito direttamente un asilo: sono morti dieci bimbi di età fra i 5 e i 7 anni. Ancora: pochi giorni fa, lunedì 23, almeno 64 persone tra cui 13 bimbi sono morti nell’attacco all’ospedale universitario di El Daein, nel Darfur orientale. L’attacco sarebbe stato perpetrato da un drone inviato dall’esercito sudanese.
La città di El Fasher in Darfur, controllata dalle RSF e sottoposta ad assedio dall’esercito, è diventata uno dei simboli del deterioramento della situazione. La gente muore in attacchi di droni e artiglieria contro le aree residenziali e le strutture sanitarie, le scuole. I droni colpiscono infrastrutture e persino i convogli di aiuti umanitari: il 6 febbraio scorso ne è stato distrutto uno con forniture del World Food Program destinate ad un migliaio di persone allo stremo. Un contesto che aggrava una crisi umanitaria già profonda e rendono il negoziato sempre più difficile. Si è vicini al collasso: secondo l’ultimo Rapporto dell’ “Integrated Food Security Phase Classification” decine di milioni di persone in Sudan sono ormai a rischio malnutrizione critica. Il conflitto finora è costato la vita ad almeno 150mila persone, secondo le stime Onu. In realtà potrebbero essere molte di più: «Non ci sono veri calcoli che si possono fare. Degli sfollati, 4 o forse addirittura 5 milioni di persone sono andati in Egitto», spiega Azim. Che non prende posizione né per una fazione né per l’altra: «Quello che vorremmo tutti davvero è un governo civile e democratico. Senza militari. Da quando è iniziata la guerra, tantissimi sudanesi all’estero cercano di aiutare le loro famiglie in patria inviando fondi, rimesse, aiuti. Gli sfollati sopravvivono con delle cucine da campo. Io stesso ho fatto diverse raccolte fondi ». Azim ne farà ancora: «Purtroppo è molto difficile che la comunità internazionale possa far arrivare propri aiuti, fino a quando, finalmente, ci sarà un cessate il fuoco».
Andrea Alba
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