Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Oggi quella data, su iniziativa dell’Onu, viene ricordata in tutto il mondo come Giornata della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto.
Quest’anno, per l’Italia, la Giornata della Memoria ha un significato particolare. Sono infatti passati ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali, che nel 1938 diedero il via alla deportazione di migliaia di ebrei dal nostro Paese. Ne abbiamo parlato con lo storico Francesco Tessarolo, bassanese e presidente nazionale dell’Associaizone volontari della libertà (Avl) che raccoglie le associazioni partigiane cattoliche e apartitiche. Tessarolo il 25 gennaio era a Roma, invitato al Quirinale dal Presidente Mattarella per partecipare alle celebrazioni ufficiali della Giornata della memoria.
Professore, anche l’Italia ebbe un ruolo attivo in quelle stragi di vite?
«Purtroppo sì. Contrariamente a quello che qualcuno sostiene, l’Italia dell’epoca, con le sue leggi razziali e con i metodi usati dal fascismo, ha molte responsabilità nella tragedia dell’Olocausto. Si tende ad evidenziare più la pagina relativa al nazismo tedesco, ma spesso le due ideologie si ispiravano a vicenda. Si copiavano suddividendo la popolazione inbuoni e cattivi, decidendone la sorte. Lo sostiene anche Primo Levi in alcune interviste che ho recuperato. Basterebbe ricordare inumeri del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma che, sebbene fosse stato ordinato da Berlino, si consumò nell’indifferenza della città. Era il 16 ottobre 1943: una data che per l’Italia rappresenta la Giornata della Memoria interna. Ben 1.023 ebrei furono catturati, tra i quali 200 bambini, 700 donne, il resto anziani, per essere deportati nei campi di concentramento. Solo in 78 fecero ritorno a casa».
Quanto è importante oggi fare memoria?
«È fondamentale. Serve per prendere consapevolezza su quella che è stata la volontà aberrante di un regime di eliminare un popolo. Serve anche per farci capire che l’atteggiamento di chiusura può degenerare in azioni distruttive, persecutorie, che a volte trovano giustificazione nei sentimenti di paura, di insicurezza. Dobbiamo stare attenti ai pregiudizi: possono trovare terreno fertile e trasformarsi in vere e proprie crociate».
Lei spesso tiene conferenze pubbliche e lezioni ai giovani su quelle pagine di storia. Come reagisce il suo pubblico, soprattutto quello dei millenians?
«Oggi abbiamo a disposizione molti strumenti per capire, approfondire, confrontarci: film, internet, quindi facilità di accedere a documenti, anche quelli segreti che progressivamente si svelano. Se si vuole conoscere obiettivamentecome andarono quei fatti c’è la possibilità difarlo. Molti ragazzi ascoltano, si interessano. Altri subiscono la tendenza alFindividualismo e alla chiusura, atteggiamenti che dominano nella nostra società. Questi sono gli ostacoli ancora da rimuovere».

