Cultura

Giandomenico Cortese ci apre il suo “taccuino” da giornalista

Scorrono veloci tra le mani e nella lettura le più di cento pagine de “Il taccuino” di Giandomenico Cortese (Attilio Fraccaro Editore, euro 10), una sorta di “diario di viaggio” che l’autore, giornalista di lunga data e oggi presidente del cda della società editrice nel nostro settimanale “La Nuova Voce Srl”, ha compiuto proprio “a bordo” de La Voce dei Berici e dell’emittente veneta Telechiara, due testate che – ricorda l’autore – hanno festeggiato l’una i 75 anni di vita e la seconda i primi 30.Nel “taccuino” tornano a essere pubblicati quei brevi e rapidi pensieri che Cortese, per molti anni firma di ‘Avvenire’, della redazione bassanese de “Il Gazzettino” e del ‘Corriere del Veneto’, ha pubblicato sulla prima pagina de La Voce e, con cadenza settimanale, proposto come commento nella rubrica cui si deve il titolo del libro ‘Il taccuino di Giandomenico Cortese’ all’interno del telegiornale di Telechiara. «Due canali dei media – scrive lo stesso Cortese nella presentazione del suo libro – che si ispirano alla realtà del mondo cattolico».

Ai lettori della Voce risulteranno familiari soprattutto gli scritti pubblicati sulle nostre pagine. Un senso di famigliarità dovuto certamente alla consonanza tra i pensieri dell’autore e i sentimenti e le opinioni che da 75 anni possono essere letti sul settimanale diocesano, ma anche perché tra queste stesse pagine Cortese ci è un po’ cresciuto, come un bambino che fin da piccolo frequenta la parrocchia e via via crescendo contribuisce alla costruzione di quella stessa comunità. «Con le zelatrici missionarie e la “buona stampa” della parrocchia lo distribuivo settimanalmente, quand’ero ragazzo – scrive Cortese a proposito del settimanale diocesano, con il quale condivide pure l’anno di nascita, il 1945, quando la Voce esordì con il nome di ‘La Verità’, cambiato l’anno successivo in quello che tutti oggi conosciamo -. Nelle sue pagine fu pubblicato un mio primo pezzo: non avevo ancora 14 anni». È questo un estratto di uno dei tanti “appunti di viaggio” che si trovano nel “Taccuino” e che offrono al lettore la possibilità di percorrere con l’autore il cammino di intellettuale e credente compiuto in questi anni. Percorso nel quale Cortese, come si percepisce leggendo questo suo ultimo libro, si lascia interrogare da quello che accade, spesso da fatti curiosi, piccoli, ma anche grandi eventi come l’attuale pandemia, lasciandoli però sempre “riverberare” all’interno del proprio animo e dialogare con le sue emozioni, i suoi pensieri e le sue convinzioni. Forse la data di pubblicazione di ciascuno scritto avrebbe aggiunto ulteriore curiosità e desiderio di accostarsi alla lettura, permettendo a ciascuno di fare mente locale e a sua volta dialogare meglio, seppure a distanza, con i stimolanti pensieri dell’autore.

Viene infine da sottolineare la bella umiltà del volume, essenziale nella sua impostazione grafica, che racchiude in se’ quello che è un po’ il senso del lavoro giornalistico: sguardo attento e parole essenziali, chiare, comprensibili a tutti ma capaci di penetrare nel profondo il tempo che stiamo vivendo.

È significativo poi che sia proprio il “taccuino” l’oggetto che dà il titolo alla raccolta. Un oggetto semplice ma imprescindibile per un giornalista, tanto quanto la penna, che forse nelle giovani generazioni di professionisti è stato sostituito da smartphone e computer, strumenti che di certo velocizzano la scrittura ma che lasciano meno spazio all’intuire le sfumature dei fatti che si possono scorgere solo tra le righe scritte a penna, magari al volo, magari tra un viaggio e l’altro, ma sempre motivate dal desiderio di essere dentro ai fatti di questo mondo per raccontarli, capirli e, nel bene e nel male, amarli.

«Questo, in sintesi, il ‘materiale’ raccolto in queste pagine – scrive Cortese nell’introduzione – e offerto al lettore senza grandi pretese, nel tentativo di percorrere insieme una parte del proprio cammino nel sentiero di una fede, testimoniata nella carità, accompagnata dall’ascolto di preziosi silenzi, ispirata dallo stupore e dalla meraviglia, in attesa di pronunciare insieme quella splendida ‘Ballata della speranza’ che fa dire a p. David Maria Turoldo, con gioiosa sicurezza ‘ecco, già nuove sono fatte tutte le cose’». Un auspicio nel quale è bello poter sperare, in questi giorni di passaggio tra un anno e l’altro.