Chiara Lubich diceva “Gesù in mezzo”. Oggi mi verrebbe da dire, riportiamo Gesù al centro. Operazione quantomai necessaria in un contesto di ripensamento e riforma ecclesiale e in un mondo occidentale, almeno apparentemente, sempre più lontano e indifferente. Trovare un’immagine di Gesù Bambino tra gli addobbi natalizi è impresa ogni anno più ardua.
I segni della festa arrivano con sempre maggiore anticipo, ma spesso non c’è traccia del festeggiato, che, mite e umile, resta alla porta e bussa piano, sperando che qualcuno se ne accorga e apra quella porta benedetta. Ma ci illuderemmo se pensassimo che il problema non riguarda la Chiesa, le nostre comunità parrocchiali, le nostre associazioni. Gesù spesso è tenuto fuori anche da lì, in molti casi dato per scontato, in altri, più pericolosamente sostituito da un’ideologia, cristiana, ma pur sempre un’ideologia. Un cristianesimo sociale, culturale (e per questo ben accetto o almeno tollerato dal mondo) che ama molto parlarsi addosso compiaciuto, ma senza Cristo o con il Cristo ridotto ad idea. Ce lo ha ricordato anche l’arcivescovo di Trento mons. Lauro Tisi, predicando a Monte Berico il ritiro di inizio Avvento al clero vicentino: “Vedo una Chiesa troppo concentrata su sé stessa, preoccupata della propria organizzazione, dei propri marchingegni, della propria sopravvivenza, di contare ancora qualcosa nei salotti buoni, ma in cui sembra mancare l’amore per Gesù Cristo, la passione per il Vangelo”. E ha concluso invitandoci a vivere questa crisi non come qualcosa da “gestire”, il tramonto definitivo della cristianità, ma come “un’occasione favorevole per purificarci e tornare ad essere discepoli autentici di Gesù, mite e umile di cuore. Non necrofori del passato, ma ostetriche di un tempo nuovo”.
Per fare questo è necessario appunto ripartire dal cuore, dal nostro cuore e da quello di Cristo, come ci invita papa Francesco nella sua ultima sorprendente enciclica, Dilexit nos. Recupera qui il Papa il senso profondo di una devozione, quella al Sacro Cuore di Gesù, che i benpensanti dell’intellighènzia cattolica da tempo avevano portato in soffitta, non accorgendosi di quanto potesse essere pericoloso eliminare la dimensione affettiva del credere, bollandola come mero sentimentalismo o addirittura come superstizione, buona al massimo per qualche beghina. Il Papa, come già aveva fatto nella Evangelii Gaudium all’inizio del suo pontificato, parla di un allarmante “giansenismo di ritorno”, che svaluta l’affettività e la corporeità nell’esperienza credente, che considera con sufficienza le espressioni della pietà popolare, che pone troppi “pre-requisiti” a chi desidera essere discepolo del Signore. E, udite udite, come antidoto a tale cristianesimo tutto asettico e cerebrale (che probabilmente ha in buona misura contribuito a svuotare le nostre chiese), ripropone l’Adorazione Eucaristica e la devozione al Sacro Cuore, quel parlare cuore a cuore con Gesù che ci libera “da comunità e pastori concentrati solo su attività esterne, riforme strutturali prive di Vangelo, organizzazioni ossessive, progetti mondani, riflessioni secolarizzate” (…) per ritrovare “la tenerezza della fede, la gioia della dedizione al servizio, il fervore della missione da persona a persona, l’esser conquistati dalla bellezza di Cristo, l’emozionante gratitudine per l’amicizia che Egli offre e per il senso ultimo che dà alla vita personale” (n°88).
Qualcuno ha già tentato subdolamente di svalutare l’appello del Papa riconducendolo alle sue “origini sudamericane”. Ma in realtà è evidente a tutti che senza un amore e un rapporto personale con Cristo la fede non ti sostiene, le vocazioni non si generano, la fraternità e l’impegno nei gruppi e nelle parrocchie non si rinnovano. Viva il Cristo, nel cuore di ciascuno e di ogni comunità.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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