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Home Attualità Italia

Fenomeno Squid game. Don Zonato: «Abbiamo bisogno di capri espiatori»

3 Novembre 2021
in Italia, In primo piano
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Fenomeno Squid game. Don Zonato: «Abbiamo bisogno di capri espiatori»

I concorrenti di Squid game, impegnati nel gioco della caramella

«”Hai i numeri stampati sulla maglia come la Banda Bassotti”- ho detto scherzando ad un lupetto (10 anni) degli scout di San Paolo a Vicenza -. “Eh no – mi ha risposto il ragazzino -, come i protagonisti di Squid game!”». È il racconto di don Simone Zonato, 45 anni, sociologo e docente all’Istituto di Scienze religiose della Diocesi di Vicenza, appassionato di  serie tv e film. Ha visto la discussa serie sud-coreana e gli è piaciuta. Nel ruolo di educatore ed insegnante ha avuto modo di confrontarsi con bambini e ragazzi.  «Il “problema” non è Squid game – commenta il sacerdote -. Su Netflix, come su altre piattaforme, non è l’offerta più cruenta. Pensiamo al film Hunger Games, alla Casa di Carta. C’è poi tutta una serie di manga giapponesi,ad esempio la serie Death Note, nella quale uno studente entra in possesso di un quaderno magico che ha potere di uccidere chiunque, basta scriverne il nome sulla pagina».

Siamo tutti un po’ ipocriti?

«Sì. Basta con l’ipocrisia. Ci sono ragazzini che prendono a schiaffi i coetanei anche senza aver visto Squid game. Abbiamo bisogno di capri espiatori. Io guardavo “Drive in” e non sono diventato un maniaco sessuale. Quest’anno c’è “Il Gioco del calamaro”, qualche anno fa è stata demonizzata “La caccia ai Pokemon” (gente che girava per le città con il telefonino in mano per catturare mostri), l’anno prossimo ci sarà altro. Ciclicamente ci sono momenti di “impanicamento”. La Chiesa ha puntato il dito perfino contro Harry Potter».

Il problema oggi è l’accessibilità. Clicco e vedo.  

«D’accordo. Ma pensiamo ai messaggi che tutta la multimedialità fa passare e chiediamoci perché li fa passare. Non occorre scomodare Netflix. Il pomeriggio ci sono bambini soli davanti a “Uomini e donne”, ai tronisti, altrettanto pericolosi per i modelli che fanno passare. Uno stereotipo volgare del rapporto tra uomo e donna, l’idea che sia necessario andare in tv per trovare l’amore. Per programmi così nessun genitore o nessun educatore pensa di dover filtrare, di dover aiutare i giovani a “decodificare”. Un altro esempio è Forum, portatore di ansia, basato sulla violenza verbale. Entro in case di settantenni ipnotizzati davanti a liti tra familiari. La consapevolezza che siano attori non toglie l’immedesimazione. Poi tra marito e moglie si urlano dietro davvero. I modelli sbagliati influenzano anche gli adulti. Io dico sempre: “Piuttosto guardatevi La Signora in giallo”!».

Che cosa pensa di Squid game?

«L’altro giorno un amico ha fatto una battuta: “Squid game è guardato dai bambini, ma commentato dagli adulti che non sanno bene che cosa sia”. Verissimo. Prima cosa, quindi: guardatelo. La storia ha un senso, c’è un messaggio finale. Tratta temi intriganti, importanti che noi occidentali abbiamo paura di narrare: le disuguaglianze sociali, la violenza insita nella società. Il “gioco del calamaro” è la continuazione della realtà. Della fatica che si fa per vivere, per emergere. Ogni giorno milioni di persone sono “fatte fuori” dal collega che sgomita per emergere, lo stesso che fino a cinque minuti prima sorrideva e si spacciava per amico. Nella serie coreana un concorrente spinge giù dal “ponte di vetro” (nella foto grande) un altro perchè non andava avanti e non c’era tempo da perdere. In “Squid game” c’è sangue, fatica, violenza, certo, ma anche l’importanza della fiducia, del “fare” squadra, e ci sono molti riferimenti cristiani».

Uno dei concorrenti, ad esempio, è un cristiano fondamentalista.

«Esatto, continua a pregare. Ma non solo. Ogni tanto appare una croce e c’è un riferimento cristiano anche alla fine. Non a caso nella lettera agli ebrei (9,22) si legge: “Senza spargimento di sangue non esiste il perdono”. Ad ogni messa, pensiamoci, ci sono il corpo e il sangue di Cristo. La questione centrale è spiegare le cose ai nostri ragazzi. Si passa da un codice all’altro. Per la messa c’è il catechismo. Nel caso delle serie devono pensarci gli adulti». 

Oltre a lavorare entrambi e quindi ad essere spesso fuori casa, alcuni genitori non hanno gli strumenti culturali e sociali per decofidicare e accompagnare i figli.

«”Ecco, vede che torniamo ai temi di Squid game?” La serie parla anche di noi. I nostri ragazzi tornano da scuola già “carichi” senza aver visto serie violente. Stanno assaporando una tensione sociale legata al gren pass, ai no vax. C’è difficoltà nel conciliare le varie posizioni. Ci sono diverse interpretazioni della realtà, in tensione tra loro. Questo non fa bene a nessuno».

Lei non ha figli. Immagini di averne, come si comporterebbe?

«Se un film o una serie sono vietati ai 14 anni un motivo c’è e rimarrei fedele alle indicazioni. Su Netflix i filtri possono aiutare. Lavorerei molto sulla decodificazione. Credo che ogni prodotto narrativo vada spiegato, da un passo della Bibbia a una scena di violenza. Dal piano letterale è neceassario passare a quello simbolico. Non dimentichiamo che la violenza è insita nell’adolescenza. Penso ad alcuni classici: “La guerra del bottoni”, “Il signore delle mosche”, la violenza ce la portiamo dentro, la neghiamo ma è insita in noi. In modo moralistico diciamo che non ci appartiene, ma dobbiamo riconcigliarci con essa. Prenderne coscienza e imparare a gestirla, senza scaricarla nell’altro e vederla solo nelle Istituzioni, nei film, nei programmi».

Ultima cosa: che cosa ha pensato dopo la risposta del lupetto con il riferimento a Squid game?

«Che ha ragione e che sono vecchio!».

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