Si è conclusa senza nulla di fatto anche la terza votazione per il tredicesimo presidente della Repubblica.
Da domani il quorum dei voti necessari per eleggere il Capo dello Stato scende. .
Quello che ad oggi si può capire è che il Centrodestra, e in particolare Matteo Salvini che si è ritagliato in questi giorni un ruolo di kingmaker, che per storia, carattere e stile non è esattamente un ruolo che veste con disinvoltura, spinge per un candidato espressione esplicita e netta di questo schieramento. In questo senso è andata la terna con Letizia Moratti, Carlo Nordio, Marcello Pera che il leader della Lega martedì ha calto sul tavolo delle trattative. In questo quadro uno dei punti fermi di Salvini (e in realtà anche di Forza Italia e Fratelli d’Italia) è bloccare la strada di Mario Draghi verso il Colle.
D’altra parte Salvini lo ha ripetuto più volte: l’ex governatore della Bce deve continuare a fare il Premier e portare avanti fino alla fine della legislatura i compiti decisivi di uscire dalla pandemia e dare attuazione al Pnrr. In questo poi c’è anche il parere, sostenuto anche da personalità non del Centrodestra che al Colle deve salire un politico, non un tecnico. Non è mai accaduto nella storia repubblicana che l’inquilino del Quirinale non fosse espressione dei Palazzi della politica. Annotazione questa corretta, come pure, peraltro, è corretto affermare che non c’è nulla che impedisca di fare per la prima volta quello che fino ad ora non si è fatto. Insomma non c’è nessun divieto per cui un tecnico (cioè Draghi) non possa essere eletto come Capo dello Stato.
Il nome che sarà scelto e come sarà scelto condizionerà in modo decisivo lo sviluppo politico successivo con tre scenari che in particolare possono materializzarsi.
Il primo vede eletto un presidente a grande maggioranza, con Draghi che accetta di proseguire il cammino con questo esecutivo. Sarebbe la soluzione che darebbe maggiore garanzia agli italiani e all’Europa (che guarda con una certa apprensione quanto sta avvenendo in questi giorni a Montecitorio dove sono riuniti i grandi elettori). Questo esito scongiurerebbe anche possibili elezioni anticipate che in tantissimi dei parlamentari non vogliono nel modo più assoluto. Una delle incognite di questo risultato è rappresentato dal fatto se Mario Draghi accetterà lo sbarramento che si sta profilando nei suoi confronti verso il Quirinale oppure se questo non creerà in lui un qualcosa di simile a una reazione stizzita che non lo induca a “mandare tutti a quel paese”. Va segnalato che su questo sbarramento pesa in modo notevole il riavvicinamento che si è registrato tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte, con il leader di M5S che non ha mai nascosto il proprio fastidio nei confronti dell’attuale premier che un anno fa lo ha, di fatto, disarcionato da Palazzo Chigi.
C’è invece l’ipotesi che Draghi sia eletto al Quirinale. Perché questo scenario si realizzasse servirebbe un accordo, tutt’altro che scontato, all’interno dell’attuale maggioranza su chi dovrebbe succedere al ex Presidente della Bce alla guida dell’esecutivo. L’elezione di Draghi non potrebbe che avvenire con una larga maggioranza che riproponga almeno quella attuale. In caso contrario verrebbe meno quello spirito di unità nazionale che ha convinto Draghi ad assumersi la responsabilità di guidare il governo.
C’è infine una terza ipotesi che sarebbe, a nostro avviso, la più sciagurata per il Paese: elezione di un presidente con la maggioranza semplice e risicata. Sarebbe la fine dell’attuale governo e dell’esperienza Draghi. Con questo esito si perderebbe il contributo decisivo (anche in termini di credibilità estera) di Mario Draghi sia al governo che al Quirinale. Di fronte a questo risultato il rischio di elezioni anticipate sarebbe altissimo. Gli italiani sarebbero chiamati al voto nel mezzo di una pandemia di cui ancora non si vede la fine e quando sono in ballo una valanga di soldi con il Pnrr, condizionati a riforme e progetti che sono ancora in gran parte da mettere a terra. L’Italia ripiomberebbe nella palude e i passi fatti sia economici che di crescita di credibilità sarebbero cancellati.
Rispetto all’elezione di una figura che sappia coagulare un ampio consenso c’è poi l’ipotesi che oltre ai tre nomi messi sul tavolo dal Centrodestra ne maturi un altro che trovi il consenso più ampio. Tra i nomi che circolano il più accreditato è quello di Pierferdinando Casini, già presidente della Camera che ha il vantaggio di essere stato esponente sia dello schieramento di Centrodestra che di Centrosinistra.
Quello a cui stiamo assistendo è in sostanza un esame rispetto alla salute dei partiti politici. L’arrivo di Mario Draghi al Governo aveva reso palese la crisi profonda delle forze politiche. In un anno di esecutivo Draghi garantito dal presidente della Repubblica Mattarella, le forze politiche sono riuscite a rigenerarsi? Da come si stanno muovendo in questi giorni è legittimo avere qualche dubbio e per questo è comprensibile avere qualche preoccupazione.
In ogni caso la questione di fondo rispetto allo scenario che prevarrà si può riassumere sulla volontà o meno di far prevalere uno spirito unitario o una prova di forza. Sarebbe un errore gravissimo innanzitutto per il Paese se i partiti pensassero che la prova di una ritrovata salute dovesse venire da una prova di forza e non piuttosto dalla capacità finalmente di far prevalere gli interessi generali e unitari del Paese.
A tale proposito il presidente della Conferenza Episcopale card. Bassetti nell’introdurre i lavori della sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente si è chiesto «Il Parlamento in seduta comune saprà cogliere il desiderio di unità espresso dal Paese? – e ha proseguito – Non possiamo che auspicarlo nell’interesse generale. Lo spirito unitario che anima la stragrande maggioranza degli italiani – ha proseguito Bassetti – ha trovato finora un interprete coerente e disinteressato nella persona di Sergio Mattarella, il cui esempio di uomo e di statista si pone ora come un limpido punto di riferimento nelle scelte che devono essere compiute alla luce della Costituzione. A lui rinnoviamo il nostro saluto rispettoso e grato. Il desiderio comune di dialogo e di solidarietà, peraltro, nei giorni scorsi si è manifestato con un’ampiezza e una spontaneità confortanti intorno alla figura di David Sassoli, la cui vicenda terrena si è consumata così prematuramente. Sarebbe un’imperdonabile superficialità – ha ammonito il Presidente della Cei – non dare ascolto a questo sentimento collettivo che trova il suo fondamento nel lascito umano e ideale di Sassoli».




