Da questa settimana c’è un Dottore della Chiesa in più. La proclamazione di Newman (John Henry, non Paul come qualche buontempone ha pensato) è stata fissata per il giorno di Ognissanti. Nessuno, ci auguriamo, gli avrà cantato la canzoncina che accompagna le lauree nei nostri atenei o gli avrà fatto il papiro, anche se il santo britannico, abituato alle goliardate di Oxford e dotato di un notevole sense of humor (che sembra invece mancare a tanti uomini di Chiesa e pie devote del nostro tempo), sarebbe probabilmente anche rimasto al gioco.
Alle canonizzazioni ci siamo forse un po’ abituati. Da Giovanni Paolo II in poi sono diventate un evento piuttostofrequente e questo risulta rassicurante. La santità è possibile. I santi e le sante canonizzati dal 1588 (anno in cui la Santa Sede codificò l’iter da seguire) ad oggi sono 1.753. A questi si aggiungono quelli di epoca più antica che, comprendendo i martiri, le vergini e i confessori della Chiesa primitiva, ne gonfiano notevolmente le schiere.
Non dimentichiamo poi che i santi, i cristiani che si trovano cioè post mortem nella beatitudine eterna del Paradiso, devono essere evidentemente molti più di quelli canonizzati, riconosciuti cioè come tali dalla Chiesa e additati come “amici e modelli di vita”.
Ma la proclamazione di un Dottore della Chiesa è evento assai più raro. Dal 1298 ad oggi tale titolo è stato attribuito a soli 37 santi (33 uomini e 4 donne) e con Newman arrivano ad essere dunque 38. I primi a ricevere “la laurea honoris causa” da papa Bonifacio VIII furono Gregorio Magno, Agostino, Ambrogio e Girolamo, spesso per questo raffigurati assieme. Nei secoli si aggiunsero poi Tommaso d’Aquino, Anselmo d’Aosta, Bernardo di Chiaravalle, Francesco di Sales, Roberto Bellarmino, Antonio di Padova… per ricordare solo i più conosciuti.
Le quattro “dottoresse” sono Teresa d’Avila, Caterina da Siena, Teresa di Lisieux e Ildegarda di Bingen. Ultimo arriva ora John Henry Newman. Il titolo viene attribuito a quei santi o sante che nella loro vita hanno dimostrato una particolare capacità di penetrazione del mistero cristiano, mostrandone con i loro scritti e la loro predicazione l’intima verità e la bellezza e adoperandosi perché questa potesse raggiungere e illuminare un gran numero di persone.
Non solo dunque fini studiosi, ma anche efficaci divulgatori. Gli scritti dei Dottori della Chiesa sono un patrimonio prezioso e perenne che continua a riverberare e nutrire il Magistero ecclesiastico e la spiritualità dei singoli credenti.
Proclamare Newman Dottore della Chiesa non è quindi un invito a conoscerne la biografia (cosa già avvenuta nel 2019 con la canonizzazione), ma piuttosto a leggerne con attenzione gli scritti, facendone oggetto di studio e meditazione.
John Henry Newman nacque a Londra nel 1801, prete anglicano e docente universitario; nel 1845 divenne cattolico entrando a far parte degli Oratoriani, la società di vita apostolica fondata da San Filippo Neri. Essere cattolici nell’Inghilterra del tempo non era affatto semplice. Diventare “papista” gli comportò non poche incomprensioni, rinunce e sofferenze.
Nella Apologia pro vita sua ammise con arguzia: “Prima di diventare cattolico, la mia religione mi sembrava misera, non però la mia vita. E ora, da cattolico, la mia vita mi pare misera, non però la mia religione”.
Newman mise le sue indubbie capacità intellettuali e la sua grande fede a servizio di un’apologetica intelligente, aperta, coinvolgente e sempre dialogante, riconquistandosi poco a poco anche la stima dell’opinione pubblica inglese.
Papa Leone XIII nel 1879 lo creò cardinale. Per il suo contributo all’autocomprensione della Chiesa davanti alla modernità e all’approfondimento del rapporto tra fede e ragione venne considerato uno dei Padri (precursori) del Concilio Vaticano II.
“Se proprio dovessi fare un brindisi a tema religioso al termine di una cena, più che al Papa lo farei alla mia coscienza”, disse scherzando, ma anticipando così anche un altro tema che nella teologia morale successiva sarebbe divenuto centrale.
Uno dei suoi testi più belli è una preghiera che inizia così: “Conducimi Tu, Luce Gentile”. Parole che senza fatica possiamo far nostre in un mondo spesso oscuro o abbagliato da fari troppo potenti.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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