Dieci anni senza David Bowie, dieci anni senza un musicista caratterizzato da una profonda spiritualità che «ha attraversato e abitato le religioni con serietà assoluta, ma temporanea». Compreso il cristianesimo, dal quale ha attinto a piene mani e con lucida consapevolezza per il suo album-testamento Blackstar, la cui canzone Lazarus è esplicitamente ispirata al brano del Vangelo Giovanneo sulla risurrezione di Lazzaro. «È una canzone nella quale Bowie non racconta più una morte temuta o sofferta, come in altre sue opere, ma abitata, in un atto di affidamento estremo ben rappresentato anche dal videoclip che accompagna il brano, in cui lo stesso Bowie si chiude in un armadio, proprio come Gesù è stato sepolto in un sepolcro. Quella di Bowie è fede nella risurrezione». A parlare è don Massimo Granieri, prete romano, insegnante di religione alle superiori, collaboratore dell’Osservatore Romano e profondo conoscitore dell’opera di David Bowie.
Don Massimo, parlare di un Bowie “cristiano” è eccessivo o no?
«Ci andrei molto cauto, perché in cinquant’anni di carriera Bowie ha attraversato diverse fasi e diverse religioni, senza aderire ad una in particolare. Pare che sia morto da buddhista, ma non ci sono conferme a riguardo. Quello che possiamo dire con assoluta certezza è che si è confrontato con la letteratura cristiana. E il suo ultimo album Blackstar, pubblicato due giorni prima che morisse, lo dimostra».
In questa sua ricerca religiosa i sociologi vedrebbero il perfetto esempio di un credente post-moderno.
«Assolutamente. Ha saputo anticipare i tempi e vivere in prima persona le possibilità e le contraddizioni che si affacciavano nella società. Inoltre Bowie era una persona molto colta, leggeva moltissimo. Era un grande appassionato dell’Inferno di Dante. E probabilmente attingeva a queste letture quando creava le molte maschere che ha indossato sul palco».
Nel 1992, durante il concerto tributo per Freddie Mercury, morto l’anno precedente, Bowie si inginocchia sul palco di Wembley e recita il Padre Nostro davanti a 75 mila spettatori. Una maschera o un gesto di fede?
«Bowie parlerà di quel momento come di un gesto naturale, un’invocazione per ricordare l’amico scomparso e ritrovare se stesso. Una cosa simile non si era mai vista ed è stata anche l’unica volta che Bowie ha pregato in quel modo. E questo, secondo me, conferma l’autenticità del gesto. E dice quanto Bowie fosse libero».
Oltre a Blackstar e Lazarus, c’è qualche altro album particolarmente segnato dalla spiritualità cristiana?
«Station to Station del 1976, dunque cinquant’anni fa per gli appassionati degli anniversari. Il titolo è un riferimento alle stazioni della Via Crucis. E il brano Word in a Wing (parola in un’ala, ndr) è il punto più alto che Bowie tocca incrociando il cristianesimo. È una delle preghiere più chiare mai apparse in una canzone rock. Il fatto interessante è che in un album più recente, Heathen (che in italiano significa “pagano”, ndr), Bowie prende le distanze dalla tradizione cristiana, ma non rinuncia ad una preghiera per i suoi figli: Better Future, cioè futuro migliore. Quanto mai attuale».
I cattolici sembrano sentire lontani artisti come Bowie. Come mai?
«Sono d’accordo e i motivi, a mio parere, sono diversi. Il primo è la lingua, non è sempre facile fare una sinossi tra Bibbia e canzone. Un limite dei cattolici è pretendere che un brano “confermi” la fede. Ma un’opera d’arte è un’opera d’arte, la fede è confermata da altro e l’artista è libero di non essere “conciliante”. Questo rende difficoltoso maneggiare certi artisti. Anche perché, terzo problema, pretendiamo “coerenza”. Che non potrà mai esserci. L’artista ha il suo vissuto, la sua storia. Lasciamoci interrogare dagli artisti, non cerchiamo conferme nelle canzoni. Per quelle ci sono il Vangelo e i Sacramenti».
Non sarà anche che conosciamo poco la Bibbia?
«Forse sì. E paradossalmente sono proprio questi artisti che sentiamo “lontani” a riconsegnarcela».
Andrea Frison
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