È una pietra che vive. L’ incisione a croce nel masso in mezzo al bosco rende il sasso stesso testimone di un passato ormai remoto: silente, semi-invisibile nel fogliame, eppure vèglio e tuttora presente. I lembi di quella croce, scolpiti con arte e strumenti manuali, sono gli occhi che guardano ad un’epoca trascorsa. Un tempo in cui gli uomini e le donne dell’ Alto Vicentino vivevano e dimoravano nella montagna e ai suoi bordi, una fase della storia in cui dal monte, dal bosco, dalla sua terra e pietre traevano linfa essenziale per la sopravvivenza delle proprie comunità. Quelle pietre, ignote ai più, punteggiano i “termini” dei Comuni di Velo e Piovene, di Santorso e della scomparsa municipalità di Meda, su su fino ai Tretti fra il Novegno e Schio, sul monte Summano, il prato e bosco promiscuo tra Tretto e Santorso, e lo scomparso monastero dei frati Girolimini. La riscoperta di questi testimoni, i segni di confine, è la missione – e l’avventura – a cui da circa vent’anni si dedica a più riprese e in più direzioni un manipolo di appassionati di archeologia dell’ Alto Vicentino.

Il termine giusto è “archeologia confinaria”. «Il nostro è un tentativo di riempire un vuoto di conoscenza, con metodo scientifico», spiega Michele Busato, Ispettore Onorario del Ministero della Cultura e Soprintendenza Archeologia Beni Architettonici e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza. Busato, presidente dell’associazione Gruppo Archeologico Alto Vicentino, ne ha parlato di recente a Piovene Rocchette, in una serata organizzata in biblioteca dall’Associazione Culturale Università Popolare Alto Astico e Posina. Difficile infatti che qualcuno al giorno d’oggi sappia localizzare il “bosco noto alle parti e contrassegnato da termini di pietra”, oggetto di un accordo stipulato il 4 Maggio 1550, e rinnovato il 4 Agosto 1686 fra i Padri Girolimini e gli uomini di Piovene. Né aiuterebbero riferimenti indicati in quel documento come il prato “di Fossa Nievolla” o aree come quella “dal Masarotto fino al confine di Santorso”, perché tanti, tantissimi toponimi semplicemente non esistono più.
«L’archeologia confinaria ha un periodo di indagine abbastanza recente – riprende Busato – si va dalla fine del 1300 alla metà del 1900 circa. Cioè da quando entità locali e Comuni riescono ad avere forza rappresentativa ed economica per slegarsi dalle potenti famiglie comitali, i conti che detenevano il territorio, ottenendo che diventi di loro pertinenza. Continuando a pagare le decime alla nobiltà, ma esprimendo una realtà amministrativa locale legata alla comunità». Per Busato – assieme ad Alessandro Boarin, Gianni Bonaldo, Enrico Dolgan, Renzo Pietribiasi e Michela Zaffonato – l’avventura di questa ricerca ha avuto inizio circa vent’anni fa quando, con Boarin, si è deciso di approfondire un documento del 5 dicembre 1642. Un testo che parla di un appuntamento che, in quel lontano giorno, si erano dati i capi dei Comuni di Piovene e Velo sulla sommità del monte Summano, per verificare e posizionare i confini dei rispettivi territori. L’antefatto alla vicenda è che il Comune di Meda (oggi non più esistente) sommerso da debiti causati da una lite con il Comune di Piovene si era dato, spontaneamente, al vicino Comune di Velo. Il municipio di Velo aveva così incamerato le pertinenze e i terreni di Meda, dai boschi del monte fino ai dirupi che danno sul fiume Astico: ma restavano dei dubbi su alcune pertinenze. Gli antichi fogli, in un misto di italiano volgare infarcito di qualche locuzione veneta o latina, riportano che in quel giorno di quasi 400 anni fa i rappresentanti comunali si erano fatti accompagnare da un tagliapietre che avrebbe dovuto fissare, a indelebile memoria futura, sulla pietra viva i “termini”. Ossia le croci dei segni confinari, affiancate da una V di Velo e una P di Piovene. «Quando siamo partiti con la ricerca non c’era alcuna mappa. Solo il documento, e da quella poca toponomastica abbiamo iniziato: la maggior parte dei nomi non esistono più» spiega l’archeologo dilettante.

Torniamo a un ventennio addietro: il gruppo effettua la prima uscita sul territorio, che però non porta a risultati. Bisogna immaginare il contesto, con molta tecnologia in meno di oggi: il Gps non c’era «o era costosissimo, in ogni caso non lo avevamo a disposizione». Il gruppo non ha riferimenti precisi, quindi parte da un punto sul Summano che ritiene essere indicato nel documento: da lì con una corda metrica ove convertire le misure in “pertiche vicentine” – nel 1600 il sistema metrico decimale era di là da venire – i ricercatori provano a spostarsi in più direzioni, inoltrandosi fra arbusti e tronchi di faggio, calandosi in dirupi più o meno scoscesi. Non trovano nulla. «Ci riprovammo tre anni dopo» riprende Busato. Questa volta con successo: «Trovammo la dorsale giusta sul Summano, ci calammo giù per ripidi e frastagliati pendii e già nella prima uscita trovammo quattro croci che erano parte del confine fra Piovene e Velo. Alla fine, in buona parte, ricalcavano il confine attuale». Le incisioni vengono identificate su rocce inamovibili – non semplici cippi, ma costoni di roccia ed enormi e massi affioranti. Le croci, non colorate ma semplicemente incise su pietra grezza e non preparata (in genere dolomia), differiscono per forma e stile in base all’epoca. In parallelo, oltre alle successive uscite sul campo l’indagine si addentra negli archivi: a restituire testi che danno informazioni sugli antichi confini sono gli archivi di Stato a Bassano, Vicenza, Venezia e Trento, l’archivio vescovile e la biblioteca Bertoliana con i faldoni sulla famiglia Velo, uno studio delle rogazioni dei notai passati da Velo e Piovene nel periodo fra il 1500 e la fine del 1700.

Ne emerge anche uno spaccato di un mondo diverso da quello attuale. In secoli in cui le mappe non erano affidabili e il satellite artificiale non era nemmeno un’idea, un riferimento sicuro e perdurante lo davano i tantissimi toponimi. Alcuni in veneto o derivanti dal latino, altri in cimbro: «Queste persone il territorio lo conoscevano come le loro tasche. Ogni pietra, ogni angolo di strada aveva un nome». Toponimi come ad esempio “Pria Quaja”, il “Masarotto”, il “Lastaro Grando”, il “Grumo del Garzòn” o il prato “di Fossa Nievolla”, il “capitello di Mardifaia”, il “Capitello di Rialto” sul Summano. Molti di questi riferimenti al giorno d’oggi non sono più presenti: «È una conoscenza ormai perduta, con la perdita della funzione primaria che la montagna aveva – rileva lo studioso – ma allora il rapporto con il mondo naturale era fortissimo. Da qui nascevano anche le “baruffe” sui confini».

Negli anni di lavoro profusi lo studio sul Summano è stato parzialmente completato. Il gruppo ha localizzato, descritto, misurato e registrato in modo scientifico 10 segni confinari su 13, a partire dal documento del 1642, sulle pendici del monte fra Velo e Piovene. Un analogo, parziale lavoro è stato svolto per gli antichi confini fra Piovene e Santorso (su un totale di 48 da Catasto Italiano, trovate 9), e tra il monastero dei Girolimini e Piovene. La realtà religiosa costituiva infatti territorio a sé stante con propria pertinenza sul Summano. Qui sono stati rinvenuti ed identificati 4 termini incisi sugli 11 menzionati in un analogo documento del 1686. «Si è arrivati a un risultato. E, per onestà, posso dire che con questo nostro lavoro l’archeologia confinaria ha fatto dei passi avanti. Ma continuiamo a fare ricerche – conclude Busato – e andremo avanti con le uscite sul Monte Summano, per colmare i vuoti rimasti, sul Tretto di Schio come sull’Altopiano dei Sette Comuni: con l’ausilio delle nuove tecnologie si può ottenere ancora di più con “meno sforzo”».
di Andrea Alba
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