Polvere eri e polveri ritornerai.
Magari non dispersa, però, in un fiume maleodorante. Nei giorni scorsi è stata data con enfasi notizia dai media locali della possibilità anche per i vicentini di essere disciolti in acqua dopo la cremazione. Peraltro in uno dei nostri fiumiciattoli (il Retrone) da tempo osservati speciali per l’alto livello di agenti inquinanti presenti nelle sue acque: batteri fecali, glifosati e pfas in primis. Praticamente, stando ai recenti rapporti di Legambiente, una cloaca a cielo aperto. Non esattamente lo Stige solcato da Caronte o in cui venne immerso, tenuto per il tallone, il divino Achille, che qui, più che divenire invincibile, sarebbe morto probabilmente di leptospirosi. Motivo in più per gli appassionati di pesca di scegliere altre rive da cui gettare le proprie lenze. Ma aldilà di facili battute, è questo un ennesimo ed eloquente segno della perdita tra la nostra gente del senso cristiano del vivere e del morire. Vero è che la Chiesa da tempo permette la cremazione, ma ciò non significa che poi delle ceneri del caro estinto si possa fare ciò che si vuole o che quanto oggi permesso dalle leggi civili sia anche conforme alla dottrina e alle norme ecclesiastiche. Proprio per questo, ancora nel 2016, la Congregazione per la Dottrina della Fede emanò un’istruzione (la Ad resurgendum cum Christo) circa la sepoltura dei corpi dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione. La prima cosa che vi si ribadisce è che la cremazione è permessa solo se è conforme ad una precisa volontà espressa dal defunto mentre ancora era in vita e se tale volontà non sia motivata da una negazione della fede cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi. Appurate in questo senso l’intenzionalità che sta dietro la scelta della cremazione, l’Istruzione vaticana ribadisce poi con fermezza che le ceneri devono essere tumulate in un cimitero o in una chiesa, che non vanno conservate in casa dai parenti (pericolosa privatizzazione della morte che non solo toglie alla comunità la possibilità di una visita e di una preghiera, ma che può anche ostacolare nei congiunti i necessari e normali processi di rielaborazione del lutto a livello psicologico) e soprattutto che non devono essere assolutamente disperse in natura “per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista”. La morte per un cristiano non è l’annullamento definitivo della persona, il suo ritorno ad una fusione indistinta con la natura o l’universo, un mero rientrare nel ciclo della vita chimica e biologica, ma è invece il passaggio ad una condizione personale altra, illuminato dalla speranza che scaturisce dalla risurrezione di Cristo.
Davanti al manifestato progetto di disperdere le ceneri del defunto in natura dopo la cremazione, la Chiesa – stabilisce in conclusione l’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede – dovrebbe negare la celebrazione dei funerali cristiani. Provvedimento forte e certo difficile da applicare per i parroci che vengano a conoscenza di tale intenzione da parte dei parenti del defunto. Una cosa da finire facilmente sbattuti sulle pagine dei giornali. Ma l’indicazione dovrebbe almeno far sorgere qualche domanda nella testa (confusa) di coloro che chiedono un funerale cristiano con finale pagano. Certo sarebbe forse opportuno che in ogni diocesi (alcune già si sono mosse in questo senso) si offrisse un luogo alternativo ai normali cimiteri, spesso trascurati e poco armoniosi, per la conservazione delle ceneri dei defunti, come ad esempio una chiesa non parrocchiale, ma accessibile alle visite.
La cosa migliore resterebbe orientarsi per la tumulazione in terra, non sovrastati da pretenziosi catafalchi di marmo, ma con un bel praticello all’inglese, qualche fiore di campo e una semplice croce di legno, come si vede ancora in qualche piccolo e tranquillo cimitero di montagna.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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