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Chiara Giaccardi al Festival Biblico: «Più si è vicini, più ci si può far male»

Ma secondo la docente di Sociologia e Antropologia dei Media all’Università Cattolica di Milano, intervenuta al "Salotto San Paolo" le ferite contratte in una relazione non sono letali: «Si può guarire attraverso la cura e il perdono».
Chiara Giaccardi
di Daniele Frison

Per l’ultimo dei “Salotti San Paolo”, serie di incontri online proposta dal Festival Biblico, l’8 aprile è intervenuta Giaccardi, docente di Sociologia e Antropologia dei Media all’Università Cattolica di Milano, o meglio Chiara, perché, come dice lei: «In un salotto ci si chiama per nome».

Nel proseguo dell’incontro l’esperta, dialogando con il giornalista Paolo Rappellino, ha affrontato il tema della fraternità, passandone in rassegna le peculiarità, incluse quelle meno “intuitive” come, ad esempio, l’ambivalenza di questa. C’è, difatti, una «dimensione mortifera» che coinvolge tutte le nostre relazioni. Ma la tensione (tra la vita e la morte) è da abitare, non da fuggire: «Tra fratelli non è importante avere ragione, ma riconoscere una coappartenenza – afferma -. La fraternità è scuola di convivialità delle differenze, dove ci si può anche procurare delle ferite – perché più si è vicini, più ci si fa male – dalle quali si può guarire, attraverso la cura e attraverso il perdono». È lampante: la fraternità è una relazione. E nella misura in cui “siamo relazione”, queste ultime ci definiscono, essendo parti costitutive del nostro essere. A questo proposito la studiosa ha citato a più riprese l’enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti”, che riflette su come la pandemia che stiamo attraversando abbia esasperato questo nostro bisogno dell’“appartenenza come fratelli”. Un’appartenenza indispensabile, capace di esaltare i valori di libertà e uguaglianza, in quanto «la libertà senza fraternità diventa individualismo distruttivo e l’uguaglianza senza la fraternità diventa un’equivalenza funzionale, disattenta all’unicità, perché i fratelli sono uguali e diversi insieme», come precisa la professoressa. Ma, quella della fraternità, non è una relazione a due: «Senza il tema della paternità, la fraternità rischia di diventare una retorica, o una ideologia», sottolinea Giaccardi. Da qui, l’indispensabilità di una relazione a tre, dove il Padre è vertice fondamentale e “custode” dello stesso legame.

Alla domanda “Come si affronta la paura del fratello?” la docente mette sul piatto la logica del paradosso, o dell’eccedenza, di cui il Vangelo è pregno. Solo superando la logica binaria e abbracciando il fatto che «chi vuole trattenere la propria vita la perde e chi è disposto a lasciarla andare, in nome di Gesù, la trova moltiplicata» si può vivere un autentico rapporto fraterno. Giaccardi aggiunge che: «La fraternità va anzitutto imparata, cogliendo la sua ambivalenza e coltivandola attraverso l’esposizione alla fragilità, alla marginalità e alla vicinanza con gli ultimi. È questa la comunione universale, come vocazione di tutti, di cui parla Papa Francesco».